venerdì 26 maggio 2017

Montale

Eugenio Montale ha esercitato un influsso molto profondo e durevole sugli autori delle generazioni successive: non tanto per motivi di carattere formale (Ungaretti è stato molto più incisivo da questo punto di vista) bensì per motivi di carattere sostanziale per la visione e il sentimento della realtà. Ma per tutti o quasi quelli della mia generazione è stato l’ermetico per eccellenza e alla fine abbandonato. Una sera di febbraio del 1972 chiusi anch’io un suo libro: troppa fatica e nessun sugo. Chiusi e affermai che non mi avrebbe rivisto mai più ( ho sempre avuto un rapporto personale con i poeti). Mi mancava il tempo solitario e l’intuizione, mi mancava il modo perchè ce n’è uno diverso da poeta a poeta, da stagione a stagione. Quando li ritrovai Montale scorreva fluido come acqua di sorgente ed io mi stavo già innamorando. Ancora oggi io non vedo nessuna vistosa rottura con la tradizione precedente sul piano delle soluzioni espressive, non noto nessuna innovazione di particolare rilievo. Sento invece, profonda, una continuità tonale con tutta la produzione che è stata alla base della sua formazione poetica e che comprende da Pascoli a D’Annunzio passando dal suo conterraneo Sbarbaro. Montale insomma non ha “trovate futuristiche” ma concentra in modo esclusivo la sua sensibilità ritmica, sintattica e lessicale su un lirismo asciutto, severo, essenziale. Troppo classico per un sessantottino nel pieno delle sue funzioni: un signore in giacca e cravatta che dal 1938 in poi, dalle Occasioni in poi, fu visto come un maestro anzi il maestro per eccellenza; il più ascoltato e autorevole poeta in ambito specificatamente letterario. E’ stato un crescendo graduale non un esploit, questo sobrio e austero detentore di una forma poetica, di un messaggio e della sua verità profonda non poteva che essere considerato un punto di riferimento. Oscuro, difficile, inarrivabile o troppo semplicemente ardito da risultare scomodo. Per me scomodissimo tanto che una sera di aprile glielo dissi a muso duro dopo aver chiuso il suo Satura II: Eugenio la smetta! Basta con tutta questa condiscendenza verso di lei, basta con questo continuo ossequio verso le sue opinioni che sembrano guidare la scena letteraria e poetica anche adesso (eravamo alla fine dei settanta). L’austero signore non rispose e mi guardò in silenzio. Poi riaprì il libro e mi recitò “Gli uomini che si voltano”

Probabilmente
non sei più chi sei stata
ed è giusto che così sia.
Ha raschiato a dovere la carta a vetro
e su noi ogni linea si assottiglia.
Pure qualcosa fu scritto
sui fogli della nostra vita.
Metterli controluce è ingigantire quel segno,
formare un geroglifico più grande del diadema
che ti abbagliava.
Non apparirai più dal portello
dell’aliscafo o da fondali d’alghe,
sommozzatrice di fangose rapide
per dare un senso al nulla. Scenderai
sulle scale automatiche dei templi di Mercurio
tra cadaveri in maschera,
tu la sola vivente,
e non ti chiederai
se fu inganno, fu scerlta, fu comunicazione
e chi di noi fosse il centro
a cui si tira con l’arco dal baraccone.
Non me lo chiedo neanch’io. Sono colui
che ha veduto un istante e tanto basta
a chi cammina incolonnato come ora
avviene a noi se siamo ancora in vita
o era un inganno crederlo. Si slitta.


Sei un cretino Enzo, tra qualche anno sarai così, sarà questa la tua dimensione esistenziale. La poesia precorre i tempi, recita una punteggiatura affettiva e erotica che tu ancora non conosci, non dipende da me che l’ho scritta perchè le sue righe erano già dentro il tuo animo, dovrai solo trovarle, quando avverrà capirai e sarà troppo tardi. Anche per chiedermi scusa! Quarantanni ti sono bastati Enzo? Sei slittato molto tempo fa e ora corri sereno verso la fine senza sapere se fu un inganno o una fede che non vuole cedere.

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