Scrivere di Agrigento, scrivere nel suo caos non mi sta facendo particolarmente bene; sento che sto scrivendo di me ed avrei voluto descrivermi diverso, meno disastrato.
Scrivere di Agrigento sta facendo riemergere dentro la mia memoria figure ed atteggiamenti di un'altra mia vita. Tornano a delinearsi volti così lontani da declinare un'altra appartenenza, ma io mi sforzo, se pazzia deve essere che sia almeno lucida.
La signorina Matraxia mi amò, in un tempo lontano ed io amai il suo essere schiva e proibita; mi ripetevo, di tanto in tanto, più il suo cognome che il suo nome, quel suono così “greco”e deciso. Giulia Matraxia, mi accorsi di amare più il tuo muoverti altero che il sapore della tua bocca, e quindi ti lasciai. La settimana prima della nostra “fine”, guardandoci negli occhi, parlammo di tutto il resto che era come parlare di noi: ricordo bene la sensazione di galleggiamento instabile che tuttavia pareva piacere ad entrambi. Eri molto colta Giulia, fra le tue frequentazioni anche i personaggi importanti e le loro fisime; il libro che avevi fra le mani era di Pirandello, i quaderni di Serafino Gubbio operatore, non si trattava certo di un'opera erotica né tantomeno sentimentale; giocavamo Giulia, scherzavamo con fuoco nell'intento di bruciarci. “Nessuno se n'accorge, o mostra di accorgersene, forse per il bisogno che è in tutti di trarre momentaneamente un respiro di sollievo dicendo che, ad ogni modo, il forte è passato. Dobbiamo, vogliamo rassettare un po', alla meglio, noi stessi e anche tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della pazzia; perché rimasto non solo in tutti noi, ma pur nella stanza, negli oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento di stupore, un'incertezza strana nell'apparenza delle cose, come un'aria di alienazione, sospesa e diffusa...” PIRANDELLO- Quaderni di Serafino Gubbio operatore
Tornare oggi ad Agrigento è una scelta voluta, la volontà di dare un senso ai miei anni perduti, un tentativo di colmare l'inquietudine che serpeggia ovunque. C'è un luogo, nascosto nella parte più alta della città dove si apriva una porta che non guardava il mare: Pirandello la chiamava Bar-er-rijah (porta dei venti) che poi è diventata in dialetto Bibbirria, il luogo era ed è rimasto la parte più povera e nascosta della città, sorvegliato dal palazzo arcivescovile, dalla cattedrale e da un Seminario così cupo da sembrare più una prigione che un luogo di studi.
Tornare oggi ad Agrigento è una scelta voluta, la volontà di dare un senso ai miei anni perduti, un tentativo di colmare l'inquietudine che serpeggia ovunque. C'è un luogo, nascosto nella parte più alta della città dove si apriva una porta che non guardava il mare: Pirandello la chiamava Bar-er-rijah (porta dei venti) che poi è diventata in dialetto Bibbirria, il luogo era ed è rimasto la parte più povera e nascosta della città, sorvegliato dal palazzo arcivescovile, dalla cattedrale e da un Seminario così cupo da sembrare più una prigione che un luogo di studi.
Guardarla ora mi lascia solo un senso di vuoto, persino Giulia appare lontanissima e sbiadita; meglio volgere lo sguardo alla costa vicina e al mare, stampato sullo sfondo come una pennellata di celeste rettilineo.
Matteo Collura, nel libro già citato, fa dire ad un amico che lo accompagna: “Vedi, questa città ha scelto con coerenza, fino in fondo, la strada della follia. C'è stato un momento, per questa come per tutte le altre città, in cui si è potuto decidere la forma da dare al futuro. Quel momento è coinciso con la fine della seconda guerra mondiale, con la grande occasione offerta dalla necessità di ricostruire dalle macerie. Ecco, questa città era sospesa su un futuro che avrebbe potuto darle, come un tempo, ricchezza e prestigio o, al contrario, miseria e discredito. Si è scelto di abbandonare lì dov'erano, definitivamente sconfitti dalla modernità e dal progresso, gli avanzi del lontano passato.” E quindi dico io adesso godiamoci questo presente e il futuro che ne verrà, qualcosa si dovrà pur fare, qualcosa si dovrà pur scrivere e su molte cose dovremmo almeno riflettere.
Matteo Collura, nel libro già citato, fa dire ad un amico che lo accompagna: “Vedi, questa città ha scelto con coerenza, fino in fondo, la strada della follia. C'è stato un momento, per questa come per tutte le altre città, in cui si è potuto decidere la forma da dare al futuro. Quel momento è coinciso con la fine della seconda guerra mondiale, con la grande occasione offerta dalla necessità di ricostruire dalle macerie. Ecco, questa città era sospesa su un futuro che avrebbe potuto darle, come un tempo, ricchezza e prestigio o, al contrario, miseria e discredito. Si è scelto di abbandonare lì dov'erano, definitivamente sconfitti dalla modernità e dal progresso, gli avanzi del lontano passato.” E quindi dico io adesso godiamoci questo presente e il futuro che ne verrà, qualcosa si dovrà pur fare, qualcosa si dovrà pur scrivere e su molte cose dovremmo almeno riflettere.
Al Caos non intendo tornare: troppi ricordi e troppo pungenti, ne ho parlato tempo fa in un post dedicato al luogo di nascita e seppellimento di Pirandello. Tornarci non servirebbe, rivedere il pino scheletrito accanto all'urna murata che contiene le ceneri dello scrittore mi farebbe sentire già finito. Ritengo di essere stato abbastanza fortunato, la signorina Matraxia mi disse addio con un
sorriso (fu l'unica) e mia madre ha ancora la forza di ridere dei miei tentennamenti.
sorriso (fu l'unica) e mia madre ha ancora la forza di ridere dei miei tentennamenti. Mi lascerò alle spalle Agrigento, attraverserò la valle, i templi color miele e ,raggiunta la costa, andrò verso occidente e verso il sole che stasera mi racconta storie che possono avere ancora un futuro, anche qui, anche in quest'isola, anche per me.






La Belle Epoque è passata da qui, leggera e fragilissima, a cavallo di due secoli e negli occhi verdi di Franca Jacona della Motta dei baroni di San Giuliano, sulle sete e le stoffe finissime degli abiti di una delle donne più colte e ammirate dell'Italia dei primi del 900, nelle feste eleganti ed esclusive, nelle prime teatrali e letterarie di una città e di una Sicilia al centro dell'Europa, cercata e vissuta da un turismo colto veramente mitteleuropeo, qualcosa che oggi non possiamo nemmeno immaginare.
