ALTRE STRADE PER COMUNICARE

OMOLOGAZIONE NON RICHIESTA

Non voglio la cittadinanza prestabilita da parte di niente e nessuno. Confrontarsi non adeguarsi.

mercoledì 9 dicembre 2009

AGRIGENTO IN CERCA D'AUTORE- Parte 2°


Scrivere di Agrigento, scrivere nel suo caos non mi sta facendo particolarmente bene; sento che sto scrivendo di me ed avrei voluto descrivermi diverso, meno disastrato.


Scrivere di Agrigento sta facendo riemergere dentro la mia memoria figure ed atteggiamenti di un'altra mia vita. Tornano a delinearsi volti così lontani da declinare un'altra appartenenza, ma io mi sforzo, se pazzia deve essere che sia almeno lucida.


La signorina Matraxia mi amò, in un tempo lontano ed io amai il suo essere schiva e proibita; mi ripetevo, di tanto in tanto, più il suo cognome che il suo nome, quel suono così “greco”e deciso. Giulia Matraxia, mi accorsi di amare più il tuo muoverti altero che il sapore della tua bocca, e quindi ti lasciai. La settimana prima della nostra “fine”, guardandoci negli occhi, parlammo di tutto il resto che era come parlare di noi: ricordo bene la sensazione di galleggiamento instabile che tuttavia pareva piacere ad entrambi. Eri molto colta Giulia, fra le tue frequentazioni anche i personaggi importanti e le loro fisime; il libro che avevi fra le mani era di Pirandello, i quaderni di Serafino Gubbio operatore, non si trattava certo di un'opera erotica né tantomeno sentimentale; giocavamo Giulia, scherzavamo con fuoco nell'intento di bruciarci. “Nessuno se n'accorge, o mostra di accorgersene, forse per il bisogno che è in tutti di trarre momentaneamente un respiro di sollievo dicendo che, ad ogni modo, il forte è passato. Dobbiamo, vogliamo rassettare un po', alla meglio, noi stessi e anche tutte le cose che ci stanno attorno, investite dal turbine della pazzia; perché rimasto non solo in tutti noi, ma pur nella stanza, negli oggetti stessi della stanza, quasi un attonimento di stupore, un'incertezza strana nell'apparenza delle cose, come un'aria di alienazione, sospesa e diffusa...” PIRANDELLO- Quaderni di Serafino Gubbio operatore
Tornare oggi ad Agrigento è una scelta voluta, la volontà di dare un senso ai miei anni perduti, un tentativo di colmare l'inquietudine che serpeggia ovunque. C'è un luogo, nascosto nella parte più alta della città dove si apriva una porta che non guardava il mare: Pirandello la chiamava Bar-er-rijah (porta dei venti) che poi è diventata in dialetto Bibbirria, il luogo era ed è rimasto la parte più povera e nascosta della città, sorvegliato dal palazzo arcivescovile, dalla cattedrale e da un Seminario così cupo da sembrare più una prigione che un luogo di studi.


Guardarla ora mi lascia solo un senso di vuoto, persino Giulia appare lontanissima e sbiadita; meglio volgere lo sguardo alla costa vicina e al mare, stampato sullo sfondo come una pennellata di celeste rettilineo.
Matteo Collura, nel libro già citato, fa dire ad un amico che lo accompagna: “Vedi, questa città ha scelto con coerenza, fino in fondo, la strada della follia. C'è stato un momento, per questa come per tutte le altre città, in cui si è potuto decidere la forma da dare al futuro. Quel momento è coinciso con la fine della seconda guerra mondiale, con la grande occasione offerta dalla necessità di ricostruire dalle macerie. Ecco, questa città era sospesa su un futuro che avrebbe potuto darle, come un tempo, ricchezza e prestigio o, al contrario, miseria e discredito. Si è scelto di abbandonare lì dov'erano, definitivamente sconfitti dalla modernità e dal progresso, gli avanzi del lontano passato.” E quindi dico io adesso godiamoci questo presente e il futuro che ne verrà, qualcosa si dovrà pur fare, qualcosa si dovrà pur scrivere e su molte cose dovremmo almeno riflettere.

Al Caos non intendo tornare: troppi ricordi e troppo pungenti, ne ho parlato tempo fa in un post dedicato al luogo di nascita e seppellimento di Pirandello. Tornarci non servirebbe, rivedere il pino scheletrito accanto all'urna murata che contiene le ceneri dello scrittore mi farebbe sentire già finito. Ritengo di essere stato abbastanza fortunato, la signorina Matraxia mi disse addio con un sorriso (fu l'unica) e mia madre ha ancora la forza di ridere dei miei tentennamenti.


Mi lascerò alle spalle Agrigento, attraverserò la valle, i templi color miele e ,raggiunta la costa, andrò verso occidente e verso il sole che stasera mi racconta storie che possono avere ancora un futuro, anche qui, anche in quest'isola, anche per me.

sabato 28 novembre 2009

AGRIGENTO IN CERCA D'AUTORE- Parte 1°




"Per me, Capa indossava l'abito di luce di un grande torero, ma non uccideva; da bravo giocatore, combatteva generosamente per se stesso e per gli altri in un turbine. La sorte ha voluto che fosse colpito all'apice della sua gloria". Henri Cartier-Bresson



Conosco bene questa città, assieme a Caltanissetta la più brutta dell'isola; e non me ne vogliano gli agrigentini, essi sanno che dico il vero...o una parte di esso. L'altra parte è nascosta e va cercata, trovarla è tutt'altro discorso. La mia guida in questo mio ultimo viaggio attraverso la dimensione Sicilia è sempre il libro di MATTEO COLLURA, Sicilia. Il fotografo Robert Capa c'entra per un errore e per un'intuizione: l'errore è la didascalia che accompagna una sua foto scattata davanti al municipio di Agrigento e non a Cefalù, l'intuizione è " Un'immagine che può dirsi compiutamente pirandelliana, per l'ostentata ancorchè involontaria teatralità espressa dalle persone ritratte..."
La foto ritrae la piazza del Municipio di Agrigento, l'anno il 1943 il mese Luglio; ci sono andato poche settimane fa e non credo che il luogo sia molto cambiato da allora, l'atmosfera, incredibilmente, è la stessa. Non ci sarà mai nessuna foto dedicata al paesaggio asimmetrico e controverso della vallata e di questi palazzi spalmati senza senso sulla collina che potrà rendere efficacemente il senso di allegro disagio che la visione provoca.
"Agrigento, Pirandello, la follia: non si può parlare dell'uno senza parlare degli altri. Questo il filo da seguire, se si vuole comprendere qualcosa di un luogo cui la sorte ha dato di ereditare uno dei giacimenti archeologici più ricchi senza mai trarne vantaggio; al contrario, vestendosi, negli anni, di assurdi palazzi che ne fanno una sorta di Manhattan stracciona."
Cerco da mesi questa benedetta fotografia e non la trovo, non posso quindi mostrarvela, pare sparita per sempre dal web. Il libro di Collura la descrive come l'immagine di una coppia di sposi in abiti domenicali, lui leggermente più basso della moglie che appare massiccia in un vestitino molto leggero. Entrambi hanno in mano piccole forme di pane, segno evidente di essere reduci dalla festa che in luglio gli agrigentini dedicano al loro santo patrono, il nordafricano Calogero. Leggermente più indietro della coppia si vede un terzetto, forse facente parte della stessa famiglia, una donna anziana nell'immancabile manto nero, una donna giovane di nero vestita anch'essa il viso rotondo bellissimo, pieno e luminoso, e infine un bambino. Quindi la foto ritrae solo cinque dei personaggi " in cerca d'autore" ma scattata così, in questo luogo, sembra un'invenzione più che una foto di reportage. Non basta una visita o due a capire Agrigento, in genere sulla collina non ci va mai nessuno: non v'è nulla da visitare o da ammirare se non il panorama, più in basso, dei templi greci dimenticati dal tempo. Mi pare buona cosa lasciare la parola a Vitaliano Brancati, giunto qui sei anni prima di Robert Capa; il testo compare in una delle sue lettere al direttore da pubblicare su omnibus.
" Io mi trovo da un giorno ad Agrigento, patria di Luigi Pirandello. Vuole sapere com'è questa città? Prima di tutto, molto bella (è questo che bisogna dire, " prima di tutto", quando si scrive di una città siciliana). Poi sghemba. A tal punto sghemba e fuori sesto (almeno la parte vecchia) da somigliare a una di quelle costruzioni che i bambini a letto combinano sulle gambe i piedi. Le piazze, tutte in pendenza, paiono in procinto di scivolare ed entrare l'una nell'altra; le vie, dopo aver cercato di innalzarsi ad arco, s'afflosciano del mezzo e ricadono al punto da cui s'erano partite; le scalinate abbandonano il viandante sul più bello, come pentite di averlo fatto salire e, attraverso un ponticello, lo immettono sopra un declivio disselciato e lo licenziano indicandogli sommariamente la via del ritorno. Insomma, pare che tutta la città debba da un momento all'altro rientrare in se stessa, e chiudersi, e ridursi a una piazza, a un palazzo, una Chiesa, una strada, come una scatola a sorpresa..."
C'è in effetti un'allarmata sensazione di follia, qualcosa che rende questa speculazione edilizia diversa dalle altre già viste in giro per il nostro disgraziato paese. Ed anche l'esserci tornato ad Agrigento a causa di una serie di vecchie fotografie del periodo bellico ha qualcosa di strano, di imprevisto: non è una gita turistica o un viaggio " centrato" su uno dei parchi archeologici più importanti d'Europa, è lo stimolo amaro a capire quello che rimarrà incomprensibile.

venerdì 20 novembre 2009

BELLE EPOQUE, dedicato a Maria Rosaria


Guardare con gli occhi della meraviglia e lasciare da parte le transazioni bancarie: pensavo a questo ieri sera passeggiando in viale della Libertà, poco prima di sbucare in piazza Politeama. Amare il luogo in cui sei nato non basta quasi mai a lenire il dolore nel vedere i graffi profondi che altri hanno inferto sul suo corpo. Nonostante quasi un secolo di oblio la bellezza allo stato puro traspare ancora sul viso di Palermo; e l'oblio è mercanzia comune da queste parti.

Dimenticare, passare oltre, lasciare alla metafisica tutto lo spazio che essa desidera per arredare con i suoi arabeschi la nostra memoria sociale e storica. Ci fu un tempo, breve e splendente, in cui questa città fu al centro dell'Europa e il "modernismo" che l'attraversò lasciò infinite tracce sul suo aspetto. Ma devi porgere attenzione e dimenticare la fretta altrimenti ti resta fra le mani solo il chiasso di un'edilizia senza speranze, degna figlia di una presunta borghesia cittadina ricca solo di denaro e intrallazzi.
Ho letto molto, so molte cose, ho sofferto altrettanto per qualcosa che siamo rimasti in pochi ad amare segretamente; è un fatto di linee...e di silenzi, di particolari e di profumi. Donna Franca mi guarda sognante dal quadro del Boldini, la lunghissima collana di perle ad incorniciarne il corpo; preferisco immaginare il suo tranquillo chiacchericcio che i resoconti bancari che condannarono la dinastia dei Florio a chinare la testa e sparire per sempre.







Oggi ci sono ancora le architetture del Basile, i colori e gli affreschi dei saloni di Villa igea.







Vi sono infinite testimonianze nascoste nella trama della mia città e della mia terra che parlano un linguaggio diverso, musicale ed elegante. Seguo quello senza remore, preferisco pensare ad un ricco imprenditore che cambia culturalmente e non solo economicamente il volto di una città, piuttosto che guardare questi pezzenti ingioiellati di adesso, brutti e mediocri portatori di ulteriori brutture e mediocrità.
La Belle Epoque è passata da qui, leggera e fragilissima, a cavallo di due secoli e negli occhi verdi di Franca Jacona della Motta dei baroni di San Giuliano, sulle sete e le stoffe finissime degli abiti di una delle donne più colte e ammirate dell'Italia dei primi del 900, nelle feste eleganti ed esclusive, nelle prime teatrali e letterarie di una città e di una Sicilia al centro dell'Europa, cercata e vissuta da un turismo colto veramente mitteleuropeo, qualcosa che oggi non possiamo nemmeno immaginare.
E Florio è l’intera Belle Epoque di Palermo e il suo liberty spruzzato di barocco. Sono i monumenti griffati Basile, la Villa Igea e un po’ tutto l’esotismo e la grandeur che, ancor oggi, attraversa gli assi portanti della mia città. Ma, soprattutto intrinsecamente Florio è una mentalità assai diffusa, un’idea di sé esorbitante. Un misto di dinamismo personale, a cui non sono estranee iperboli, raramente accompagnate da supporti di base se non adeguati quantomeno credibili. Un insieme sui generis di intuizioni e velleità, di intelligenza e di capriccio che nella stagione insieme splendida e melò della dinastia imprenditoriale più nota dell’isola si riassume con accenti di amara verità.
Non è restato nulla mi dico stasera, ma sto sbagliando: è rimasto il mito e la poesia, il senso di eleganza che a volte ti sfiora riconciliandoti con il termine di tutto. Esso non è poi molto lontano: convive con lo sfavillio delle architetture e del cielo, E non sai mai quale dei due è l'eco lontana dell'altro. Stasera non importa, stasera entrando al ristorante risponderò con un cenno breve al cameriere cui consegnerò il soprabito e sarò finalmente solo perchè è molto difficile condividere certe sensazioni...si arriva ad un certo punto e, voilà, tutto il resto sfuma via.

La sua storia di grandezze e disfatte sarebbe stata, senza di lei, “solitaria e dolorosa”, una “accumulazione di sommessa e inesorabile fatalità”, ma che con lei diventò, invece, “una storia proustiana, di splendida decadenza, di dolcezza del vivere, di affabile e ineffabile fatalità”.
LEONARDO SCIASCIA a proposito di Donna Franca Florio

ENZO

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enzorasi
Enzo Rasi è il nomignolo che mi sono scelto ma il mio vero nome è Vincenzo Riccobono, Enzo per tutti o quasi. Conosco bene questa nazione in cui sono nato, dalle montagne al nord sino alle spiagge africane del sud, ma sono siciliano intimamente e non per stupido e spocchioso campanilismo. Tutto il resto francamente mi pare fuori luogo: professione, gusti e giù giù fino allo stato di famiglia. qualsiasi cosa dica sarà meglio espressa da quello che scriverò perchè io sono sempre stato quel che scrivo. le tracce su un foglio mi rappresentano compiutamente...e mi fanno vivere più a lungo.
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