domenica 19 febbraio 2017

La nausea

E' incredibile anzi paradossale: ho la nausea da web. Credibilissimo invece ed è colpa mia ma la verità è un'altra: ho la nausea dai blogger.
Probabilmente dipende tutto da una personalissima nausea verso me stesso. Negli anni il distacco tra l'ambiente culturale del sottoscritto e quello generalmente usato da voi si è fatto sempre più netto. Non vi riconosco, del resto non riconosco nemmeno quelli che sembrano più vicini a me. Sono un maledetto solitario.
Mi è sempre piaciuto scrivere e credo di saperlo fare bene, se ho lo stimolo giusto e una tastiera funzionante davanti faccio quello che ho sempre fatto dai 12 anni in poi : portare il nero su bianco dentro la mia testa e tradurne i segni in modo leggibile. Non è nè un bene nè un male. E' e basta.
Non vi capisco, vi leggo ( quanto e come voi non riuscite a immaginare) e mi allontano sempre più da voi. Non ci sono, non appartengo alla comunità, cuocerò nel mio brodo.
Il mondo dei blog è solo il succedaneo della cultura UNICA che domina il mondo, non siete diversi, non lo sono memmeno io: vi leggo e non comprendo ( o non accetto?) vi somigliate tutti e vi commentate da cretini solo tra voi; circoli chiusi, patentino da radicalchic, carezze dell'ego a gogò.
Ma non siete stufi?
Come fate a sopportarvi e a sopportare? Scrivo per i fatti miei, per un mio bisogno personale, della vostra opinione non mi frega più niente, tenetevela per voi. Scrivo per me e da solo, qui davanti alla pagina bianca ci sono solo io, il mondo è lontano, noi tutti una massa informe sullo sfondo. Morirò così ma la luce che ho intravisto quarantanni fa l'ho qui, è mia per sempre, posso scriverne o meno, posso distruggere sintatticamente la mia scrittura, annullarla, trasformarla. Faccio ciò che voglio seguendo un filo segreto che conosco solo io. Fondamentalmente mi odio.

lunedì 13 febbraio 2017

LYRICAE

Ungaretti a quattordici anni, quasi di nascosto chissà poi perchè. Ma dirlo ai ragazzi del pallone non era proprio il caso, io avevo una grande biblioteca a casa loro no e in più ero siciliano, dir loro di Ungaretti sarebbe stata l'occasione per alimentare un rancore subdolo che io non avrei saputo gestire.
Negli anni a venire ci furono poi Pessoa, Emily Dickinson,Garcia Lorca, Neruda; attorno ai sedici diciasette anni causa innamoramento e società spuntarono Wystan Auden e Edgard Lee Master (complice un De Andrè favoloso). Non ha nessuna importanza dire qui di tutti gli altri ma ci sono stati e ci sono, forti e immanenti, la poesia mi ha trsfigurato l'anima e ancora oggi se leggo Montale o Sylvia Plath vado in luoghi di cui non ho mai scritto. Vorrei farlo, vorrei tanto che fosse questa la mia ultima fatica, il mio cerchio chiuso. Scrivere di poesie, riproporle e raccontare i loro autori perchè dicendo di loro finalmente parlerei di me in modo nuovo e più adeguato alla mia essenza.
Vedete? Omologazione è qui, terminata e placida, per certi versi lontana e definita. Qui dovrei avere la forza di pubblicare i prossimi dieci anni di rete ma a modo mio. E' un compito immane.

giovedì 9 febbraio 2017

La mia bacheca esistenziale. Dedicata a chi legge davvero questo blog.

Questa dicotomia maledetta, questa impossibilità di abbracciare alcunché in toto: il bisogno o forse l’istinto di scendere nei dettagli di comprendere il prima e il dopo di ogni dettato intellettuale, questo mi ha impedito di sedere con placida convinzione in qualsiasi consesso umano.
Non è stato sempre legato ad argomentazioni esclusivamente politiche o sociali, mi succedeva anche con la musica o l’arte; c’è stato un tempo in cui essere un “bastian contrario” pareva connaturato al mio viso.
 Non è così, io mi devo convincere, devo capire e non riesco a sorvolare con noncuranza sui mille compromessi che assillano la nostra vita.
Non ho mai visto la schiera dei buoni assembrata solo da una parte del territorio, ho incontrato angeli all’inferno e vergini nei prostriboli. La loro presenza non cambiava la natura dei luoghi, non cambiava allo stesso tempo la mia valutazione su di essi, mi impediva, allora come oggi, di ergerli a campioni del mio panorama spirituale.
In rete dove il massimalismo e il bisogno quasi disperato di appartenenza è così diffuso che il mio modo di pensare trova sempre meno cittadinanza; c’è sempre qualcuno che “completa” il mio ragionamento e resta deluso o infastidito quando intervengo a chiarire o modificare l’altrui conclusione. I molteplici – non capisco- e gli insulti più o meno velati nascono da questa sragionevolezza congenita che mi impedisce di essere un uomo per tutte le stagioni. 

E adesso la sera è tracimata in  fretta su di me e sulla mia città appoggiata sul mare. Guarda che lunghissima notte, senti come si allarga su di me, come giudica e stronca, rappacifica e abbandona: era da molto tempo che non avevo una notte così.
Non so perché scrivo: mi sono inventato tante ragioni ma erano altri giorni. Questa notte non posso e non so.
Il narcisismo non basta, la cultura non serve, restano solo i desideri ma sono contorti e senza parole: situazione paradossale, ho un bisogno disperato di parole ed esse si annullano ma mano che nascono.
La mia bacheca esistenziale è qui la vedete,
 non chiedetemi perché vi scrivo sopra o per chi: voi forse lo sapete? Quanto sappiamo di noi? Quanto veramente riusciamo a scrivere di noi? Dove si è fermata la nostra vita l’ultima volta e ci ha dato l’opportunità di inchiodarla sulla pagina?
A me è successo pochi minuti fa: davanti al golfo di questa mia città che dorme nel buio della notte…qualche nave alla fonda coi segnali luminosi regolamentari, i due fari di diverso colore all’imboccatura del porto, la grande luce più lontana sulla gru dei cantieri navali. Dorme Palermo o almeno pare dormire, senza sussiego e fondamentalmente indifferente alla mia veglia senza speranza. Non c’è alcun senso visibile a questo battere sui tasti, è solo un’estroflessione in cui io o te che leggi aggiunge la storia che vuole o che si è trovata fra le mani; ti avrei detto di più qualche anno fa, ti avrei raccontato bugie coloratissime e godibili, ti avrei significato la gioia e l’allegria posticce di raccontarsi in rete.
Stanotte la notte è seria: niente storie, fa quel che vuoi, scrivi se ne sei capace e non chiederti nulla.
Si scrive per camuffare o vestire di sé l’altra scrittura, quella che ci portiamo dentro, quella che non lascia spazio a svolazzi sintattici e che non degna nessuno di benevolenze temporali. Se stanotte non mi fossi messo alla tastiera non sarebbe cambiato nulla, il mistero di questa veglia gonfia di attese e ricordi si sarebbe spiegato in maniera diversa, non potrò mai sapere dove e come sarebbe giunto ad altri da me.
Non contiamo niente, non conto niente, non significa niente quello che ci facciamo scorrere tra le dita dicendoci l’un l’altro che siamo e dobbiamo stare attenti ai nostri personali confini esistenziali; è tutto altrove e non so dirvi dove ma lo vedo, posato un po’ più in là sul mio orizzonte.
Una beffa, l’ennesima o sempre la stessa? Scrivi Enzo, lascia una traccia, questa notte che ci sei, domani potrebbe restare solo chi ti legge le carte, senza il tuo intervento a correggere l’inutilità del vivere così. Senza il tuo commiato.
La notte è bellissima, la pagina non è più bianca e i pescatori tra qualche ora torneranno a riva: avranno una stanchezza meritata e non scritta, migliore di questa tua accidiosa e mentale. Dormiranno poi e non ci sarà nulla da leggere o commentare. Solo un buon sonno e un sorriso al risveglio.