sabato 22 luglio 2017

Uno

Se avessi il coraggio, vero, unico e disperato di lasciare un solo blog. Scarno senza nessun altro obiettivo che quello di liberare l’angoscia terribile che mi divora da anni. Se avessi la dignità totale di non tener conto delle differenze caratteriali, culturali e anagrafiche di ciascuno di voi e riuscissi finalmente ad essere soddisfatto di me. Se fossi diverso da come sono ora e uguale a come ero 10 anni fa prima di entrare in rete… allora sì che riuscirei a lasciare un segno della mia anima: senza secondi fini, senza passato nè futuro, senza nient’altro che un sogno sospeso dentro l’aria. Che è di tutti e quindi di nessuno. Se riuscissi a fare una cosa così tu mi leggeresti ? Faccio la stessa domanda a tutti coloro che sono passati di qua e dagli altri blog che ho seminato in rete: un luogo senza dinamiche formali, senza commento e rispondo, senza galateo ma pieno di educazione silenziosa, un blog manifesto che non preveda e non chieda altro che lettura e tutt’al più un segno come – ciao- ho letto- che speranza avrebbe di sopravvivere? Lo so che è una domanda sciocca, ma è vera perchè siamo umani e abbiano carne e sangue e desideri di liberazione condivisa; ci sto provando in tutti i modi ma ancora non ci riesco. Lascia perdere il navigatore, non serve, serve solo lucidità…ma se vuoi lo apro veramente un blog così. Anzi lo riapro giacchè dorme silenzioso da 2 anni sotto una rosa bianca. Lì i testi ci sono tutti interi, lì io sono veramente e finalmente nudo. Come quando si nasce. O si muore.
E’ stato il primo amore: avevo scelto con cura ogni suo aspetto, anche il titolo mi era sembrato perfetto, esprimeva in modo adeguato quel che ero. Questa era “Omologazione non richiesta” ed io l’ho amata con tutto me stesso. Mi dava la possibilità di esprimermi e di confrontarmi, di liberarmi e volare via. Gli anni terribili della delusione e dell’inganno non sono stati capaci di ucciderla e questa è adesso Omologazione come sono riuscito a salvarla. Nacque per uno stimolo di chi in rete bazzicava già da tempo, Desaparecida, quello che mi disse allora risuona nella mia mente in modo nitido, lei ha chiuso da molto tempo. Non domandatemi cosa cerco in rete, non chiedetemi cose sciocche come l’esausto refrain – vuoi la visibilità, l’audience? Tutti quelli che stanno su un blog VOGLIONO ESSERE LETTI! Non siamo dei pazzi fuggiti dal manicomio e desiderosi di scrivere al vento. Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire! Io sono qua perchè il blog è l’unico mezzo che ho trovato finora per liberare la mia scrittura e ciò mi rende felice; non sono disponibile a qualsiasi compromesso pur di essere letto ma ritengo che la libertà di proporsi ad un pubblico vasto sia impagabile. Nonostante questo la blogosfera mi è sempre stata stretta e il mio percorso dentro di essa pieno di ostacoli. Non so decifrare il malessere che da due anni mi è piovuto addosso, a volte ho demandato ad altre situazioni il suo potere su di me, ho voluto pensare che non da me ma da fuori nascevano imbarazzi, nevrosi e sconfitte. E’ solo parzialmente vero, su un tessuto abbondantemente provato e discontinuo si è inserito il rapporto con il virtuale e molti equilibri sono saltati. Non c’è nulla che mi piaccia e mi intrighi più dello scrivere, non c’era bisogno dei blog per capirlo: tutta la mia vita lo racconta da quando ero solo un ragazzino con i pantaloncini corti. Scriverò dunque qui e altrove, completerò anche alcuni degli altri blog che gironzolano in rete come asteroidi impazziti, ma lo farò in silenzio e in segreto: quando questo blog ricomparirà in rete sarà concluso in se stesso, un libro, il mio, da leggere e basta, senza dinamiche ingestibili, senza urgenze o equivoci. Vorrei che fosse un manifesto vivo e colloquiale della mia esperienza in rete, questo è il motivo della decisione di permettere i commenti. Ciononostante sono conscio della “staticità” di uno spazio siffatto, capisco che chi mi legge vorrebbe aver a che fare con materiale nuovo; io però mi sono reso conto che se non chiudo definitivamente questa prima esperienza da blogger non sono capace di intraprenderne un’altra. Ho anche capito che per indole mia, per l’approccio che ho sempre avuto col mondo fuori da me, non potrò mai essere un blogger decente. Non riuscirò mai a tenermi a freno, medierò sempre male e sarò ciclicamente colto da furori o depressioni “totali”. Ho aperto e chiuso una quantità spropositata di blog, per vari motivi, tutti tranne un paio, risibili: sono certo che anche adesso mentre scrivo c’è qualcuno in rete che mi cerca, mi odia, fa spallucce o si rammarica. Io non chiedo più comprensione, il web finora è un largo spazio apparentemente libero, in cui vige la legge della selezione naturale darwiniana: solo una parte di blogger resiste a lungo e, a mio parere ed escludendo me, non sempre la migliore. Non sarò certo io a cambiare questo andazzo comune tra l’altro ad altri mezzi di comunicazione di massa. Io cerco una serenità lontana. L’altra sera ho pensato, guardando la luna affacciata sul mare, che l’amore per me era ed è sempre stato l’eco della mia solitudine dinanzi alle cose che amo. Il desiderio perennemente
insoddisfatto di condividere la poesia della vita in tutte le sue manifestazioni con un’altra da me. Perché io così da solo non mi basto, non mi accetto: è uno spreco indicibile non potere o non riuscire a dire guarda, tocca, senti a d un altro essere che lo intenda così come io lo respiro, lo scrivo…lo vivo. Pensai che il blog sarebbe stato utile a questo: la testa fuori e le mani alzate per continuare a rincorrere i sogni, per non sfogliare le pagine da solo. Così in parte è stato: devo confessarvi che, tranne i momenti di fisiologica stanchezza, queste pagine mi escono fuori con una naturalezza che sorprende anche me ma non avevo considerato i pericoli che cavalcare la tigre del consesso umano comporta. Esiste una sensualità nel proporsi per scritto che non ha nulla da invidiare a quella che vive nelle pieghe della carne, una febbre oscura e improvvisa che non viene dalle propaggini di un letto; io non ho intenzione di negarla e, se la incontro, riconoscendola mi abbandono a lei con sconsiderata fede. L’amore prende e dà, più lo misuriamo e più ci sfugge, inserito nelle roboanti categorie della nostra tremebonda mediocrità ride di noi, ci sfiora, a volte si presenta dopo una svolta e ci fa sbandare con cinica abilità. Così ho fatto trascorrere una parte della sera ed ho aspettato la luna per sorprenderla mentre trescava col mare. Ed ero solo. Credo d’averlo detto tempo fa: parlo sempre e solo d’amore, anche se gli argomenti sembrano i più vari il pentagramma è quello. Evidentemente non sono capace d’altro. Evidentemente mi appare così indispensabile da dargli tutto lo spazio di cui dispongo. Lo sento, come assenza o presenza, in ogni occasione…e se parlo delle campagne assolate della mia isola è amore; se vi racconto del branco di ricciole incontrato nelle acque di Linosa è amore; se vi dico che ho immaginato di togliermi di mezzo è amore. Non sarò certo io a dire la parola definitiva, a spiegarmi e trasmettervi finalmente il segreto bilancio di questo sentimento. Non sarò io e mi dispiace, in fondo penso di averla intravista un paio di volte la risposta giusta…troppo poco e troppo in fretta. Che mi manchi da morire è palese, altrettanto chiaro che non sarà in questa vita che potrò stringergli i fianchi. E’ questo il tempo? Quello che vorrei è un distillato di scrittura, ora che ancora posso permettermelo. Negli anni precedenti ho mangiato molta letteratura, i blog sono stati alcune delle portate del ristorante. Certe volte ho anche pensato di aver esagerato, che fossi vicino ad un’indigestione: mi sono rimproverato di non aver saputo o voluto discriminare, di aver cercato dentro la lettura il senso di molte cose del mondo. Pensavo che per giudicare o censurare dovessi prima leggere in ogni caso e con qualsiasi premonizione. Ho ingurgitato una marea di sciocchezze palesi, una pletora di sfilate sartoriali fini a se stesse. Non ho più il tempo di dilungarmi, mi è restato quello di immaginare o far immaginare. Ho motivo di supporre che il problema della “sincerità” sui blog non sia solo una mia supposizione: comunque lo si voglia definire questo picchiettare sui tasti, il senso o il fine di una pagina virtuale non può prescindere da una verità di comunicazione senza la quale un Blog non è nulla.
Ci sono “nulla” imponenti in rete e non lo dico dall’alto di un’arroganza o presunzione di merito: i nulla sono talmente evidenti da non necessitare di alcuna spiegazione. Non sono legati solo ad una sintassi o ad una lingua raffazzonata e nemmeno ad argomenti più falsi e stucchevoli delle stoviglie di plastica: sono luoghi di una risibile tendenza al ribasso dove si cinguetta del come sei bello come sei giusto come sei bravo. A volte sono anche scritti bene e non è quello il metro di giudizio da utilizzare; la cifra stilistica o letteraria cui fare riferimento. E’ un pericolo cui tutti siamo esposti perché il comodo di un abbraccio a priori per non essersi spostati di una virgola dal target sociale e culturale di riferimento è qualcosa di ipnotico. Per ogni blog c’è un nome, una persona, una vita e un’emozione: io rispondo ad ognuno di voi, mi sentite? E vi domando, mi domando, quale altro scopo può avere un blog se non quello di aprire alla conoscenza e alla comprensione spiriti e culture diverse? Comunicare e goderne, questo è il mezzo che abbiamo fra le mani. Non siamo tutti uguali e non abbiamo eguale talento, ciò non significa appiattirsi verso il basso ma semmai il contrario. Ho scritto per lunghi anni sino allo sfinimento, spinto da una febbre in cui il compiacimento era solo una piccola parte e il bisogno di verità e assoluto la segreta richiesta. Ne sono uscite cose come quelle che leggete: sono la mia verità? Sì lo sono e possono essere tenute in mano liberamente. Non rappresentano dogmi intoccabili, esprimono solo il mio desiderio di restare, il bisogno di non morire all’oblio delle emozioni e dei sentimenti che mi hanno sorretto nella mia vita. Sono la mia testimonianza, curata, levigata…amata. Io veramente non ho altro e non so scrivere di altro. Non so come ci stia riuscendo ma il tempo, frantumato in mille cocci, si sta assommando qui. Questa casa sull’acqua raccoglie molte delle mie stagioni e il passato rientra a cavallo del presente, il futuro che verrà si nasconde con malizia tra le pieghe di una metafisica provvisoria. Non ho alcun progetto.


Non mi liberai ieri dello scandalo
d’esistere.
Non lo farò nemmeno
oggi
preferendo la leggerezza
di pensare
ai giorni in cui pesavo
poco
e il viso avevo di lentiggini
pieno
come di papaveri in estate
un campo di grano.
Quel che fui mi trasfigura ogni
giorno,
quel che sono non riesce
nemmeno
ad ingannarmi.

Vorrei dire “sembra incredibile” ma non posso perchè è credibilissimo. Sono in fase di sopravvivenza e l’ho affidata a questo spazio: no, non tutta ma in buona parte sì. Guardando fuori da qui verso il golfo aperto della mia città la cosa che mi viene più facile da pensare è un’estate infinita, stile vecchi tempi. Dilatata e sensuale ma lenta, lentissima, piena di me e della mia vita, dei miei segni e dei miei stupidi assiomi. E’ esattamente ciò che voglio, l’unica cosa che comprendo. Non è amore, è l’orgasmo che viene dopo e che nessuno vuole gestire perchè è meno romantico. Aspettare, è ciò che dovrei fare in questo periodo di presunte agonie e inevitabili condoglianze. Non so farlo, non nel modo tradizionale: io aspetto superando le mie emozioni per vederle da un’altra prospettiva. La causa vera di queste pagine è questa, avrà un senso finchè ci sarà la spinta mia personale e dentro le voci che ho iniziato a frequentare in rete. Ho un istinto maledetto e analitico che mi porta via e mi disperde in mille rivoli mentali e in mille attenzioni ineludibili: sembrano tutte fondamentali quasi che tralasciarle significhi, ipso facto, perderle per sempre. Non è così che va il mondo, a volte ritornano più vere e definite di prima, altre scompaiono nell’acqua indistinta dove non è possibile dare loro adeguata sepoltura. In questo caso aspetto: mi dico che ho ancora tempo davanti, lungo e aperto quanto quello già lasciato alle spalle. Si vive di incredibili menzogne. Oppure si muore.

domenica 16 luglio 2017

Molto tempo fa

Quando iniziai con questo blog avevo tanti bei propositi in testa e soprattutto pensavo di essermi liberato di alcuni personaggi ( il web ne è pieno) che pascolavano sulle mie pagine solo per seminare zizzania, insulti etc etc.. Sono quasi riusciti nell’intento di farmi sparire dal web. Ci sono andati molto vicino.
Così sigillai del tutto le relazioni: nessun commento, silenzio assoluto! Adesso a distanza di mesi sto riprovando a permettere di interloquire. Dove ho potuto sui post ho lasciato i vecchi commenti, quelli censurati non sono opera mia..
Sul concetto di verità nello scrivere dico che per me non è possibile scrivere diversamente da come faccio precisando però che dipende tutto dalla misura, dall’equilibrio tra le verità spicciole e quelle artificiose create ad arte solo per confondere le idee e far passare senza colpo ferire altri concetti altrettanto dannosi.
In rete come nei media ufficiali è un sistema usato a piene mani da chiunque a qualunque idea politica appartenga. 
Il mondo? Di noi? Di chi ha qualcosa da dire fuori dal coro?  Il mondo se ne frega!

martedì 11 luglio 2017

Lo stimolo, l'dentità europea, la vertigine della conoscenza e la bellezza

Cos'è l'allontanamento? E' forse timore, fastidio, nausea? Potrebbe essere scambiato per arroganza intellettuale o sociale ma non è il mio caso.
La distanza nasce dalla perdita di punti di riferimento travolti dal vociare diffuso di nuovi totem, nuove voci, nuovi stili, gran parte del mio mondo con le spalle al muro... senza voce. Senza dignità?
Non sono mai stato un vero blogger, mi manca la cultura della socializzazzione leggera e quando leggo le incredibili (a mio parere) sciocchezze diffuse via web sulle centinaia di blog incrociati in questi anni io scappo via. Mi allontano, non riesco a commentare, neanche per dissentire. So che è inutile ma so anche che sarebbe il miglior modo di spiegare a certi personaggi che si spacciano per il sale culturale del mondo cos'è la vera cultura e come saziare la sete del sapere. Siamo un continente vecchissimo è vero? Abbiamo attraversato moltri momenti di decadenza ma ne siamo usciti sempre con nuovi stimoli e nuova vita: l'intelletto non muore, la curiosità e la soddisfazione di conoscere restano sottotraccia nei periodi bui per esplodere poi di nuova luce. Ho letto cose agghiaccianti su blog di giovani leve delle nuove tendenze, cose che spazzano via con somma indifferenza i segni di una civiltà millenaria come se non si rendessero conto di esistere proprio grazie a quella.
Due secoli di cultura europea del Rinascimento sono bastati a rifare il mondo. Duecento anni  magici nella cultura europea, quelli che vanno dal Concilio di Firenze negli anni Trenta del Quattrocento al Dialogo dei massimi sistemi di Galileo negli anni Trenta del Seicento. 
La riscoperta delle opere greche antiche (da Omero a Platone a Ermete Trismegisto) va di pari passo con molte altre scoperte decisive: quella del Nuovo Mondo e delle nuove rotte verso l’Asia attorno all’Africa, quella del nuovo universo da parte di Copernico, Galileo e Keplero, quella della politica effettuale di Machiavelli. Duecento anni, il Rinascimento. La filologia, la medicina. La nuova architettura, la nuova scultura, la nuova pittura, la nuova musica, il nuovo teatro, la nascita dell’opera. I nuovi miti: Faust, Don Giovanni, Don Chisciotte, Amleto. Una data: 1564. E’ l’anno in cui, a 90 anni, il 18 febbraio, muore Michelangelo. Quell’anno, tre giorni prima, il 15 febbraio, nasce Galileo; e nasce, il 26 aprile, Shakespeare. Il quale morirà il 23 aprile del 1616, lo stesso giorno in cui muore Cervantes. Un altro anno, 1533: muore l’Ariosto, nasce Montaigne. Montaigne muore nel 1592 insieme al grande esploratore Pedro Sarmiento de Gamboa. Si può fare questo gioco quasi all’infinito, menzionando anche incontri memorabili: 1580, Montaigne visita Tasso, pazzo furioso e melanconico, al Sant’Anna di Ferrara; 1638, Milton, futuro autore del Paradiso perduto, va a trovare Galileo ad Arcetri. A riguardare tutto questo dalle posizioni odierne mi prende una vertigine, non capita mai di parlare in rete dell'identità europea e occidentale da questi capisaldi  ma sfruttiamo appieno lo stimolo e proviamo anche solo per un attimo a riflettere sui nomi che abbiamo appena sfiorati e ci si può fare un’idea di ciò che il Rinascimento ha portato all’identità e al canone europei.
Il brivido, innanzitutto, dell’orizzonte che si spalanca: il Mundus novus di Vespucci si accosta, qui, ai passi dell’Orlando furioso nei quali Astolfo, sulla luna, vede altre città, altri laghi, altre montagne e Andronica predice l’avvento di nuovi Argonauti; o a quello in cui Tasso vede Colombo come compimento dell’Ulisse dantesco; oppure ai Lusiadi di Camões, che narrano il viaggio di Vasco de Gama verso l’India.] Poi, il discorso sull’uomo dall’interno dell’uomo, il pensiero del dubbio e dell’incertezza. I Saggi di Montaigne fanno il paio, in questo campo, con le più celebri meditazioni dei personaggi di Shakespeare, come Amleto. E’ lo spalancarsi della coscienza di sé che guarda al cosmo:
"And indeed it goes so heavily with my disposition that this goodly frame, the earth, seems to me a sterile promontory; this most excellent canopy, the air—look you, this brave o’erhanging firmament, this majestical roof fretted with golden fire—why, it appears no other thing to me than a foul and pestilent congregation of vapors. What a piece of work is a man! How noble in reason, how infinite in faculty! In form and moving how express and admirable! In action how like an angel, in apprehension how like a god! The beauty of the world. The paragon of animals. And yet, to me, what is this quintessence of dust?" 
Trad - E invero la mia disposizione è così cupa che questa bella architettura, la terra, mi sembra uno sterile promontorio. Questo stupendo baldacchino, l’aria – guardate –, questo bel firmamento sospeso in alto, questo soffitto maestoso trapunto di fiamme d’oro – ebbene, non mi sembrano che una sporca e pestilenziale congrega di vapori. Che capolavoro è l’uomo, com’è nobile nella ragione, com’è infinito nelle sue facoltà, com’è preciso e ammirevole nella forma e nel movimento, com’è simile a un angelo nell’azione, com’è simile a un dio nell’intendimento: la bellezza del mondo, il paragone degli esseri animati. Eppure che cos’è per me questa quintessenza di polvere? 
Mi allontano perchè quello che ho sempre pensato rimbalza vuoto contro il muro di un'indifferenza diffusa: molti di voi non conoscono la bellezza. Ne scrivono ma non la sentono, non cercano i fili che possano ricondurla all'emozione profonda della vita... quella che provava mia madre ogni volta che entrando in S. Pietro e fermandosi nella seconda navata a destra davanti alla Pietà di Michelangelo le riempiva di lacrime gli occhi. Perchè la bellezza non ha un colore ideologico, la bellezza se hai animo ti attraversa da parte a parte.
Mi allontano per  conservare le mie lacrime di nascosto e sono sempre più lontano