Seduto su una delle panchine di ferro poste all’ombra dei grandi ficus che ornano la piazza dinanzi alla Porta Reale di Noto, pregusto già lo spettacolo che mi attende. La città nuova costruita dopo la scossa tellurica che devastò senza ritegno tutta la costa orientale della Sicilia alla fine del 600, fu pensata come una sequenza di scenografie su cui far muovere la gente da protagonista, ognuno col suo ruolo. Anch’ io ne diventerò parte appena varcata la soglia della Porta Reale perchè Noto è stata fatta di ragione e di magia: la ragione è quella delle linee dritte, della simmetria, della prospettiva ingegnosa che crea luoghi deputati al movimento e alla vita. La magia, quella scaramantica, dovuta alla creazione di ornamenti visti come dal tremore di un terremoto.
Non so perchè ma ho sempre avuto l’idea che fosse questo lo scopo dell’architettura di questa città: dare movimento e fuga ai palazzi scongiurandone così, magicamente, la distruzione. Tutti gli abitanti, passata l’angoscia e il terrore della terra che trema, credo dovettero avere una grande superbia, un grande orgoglio e un alto senso di sè come singoli cittadini e come comunità se vollero e seppero ricostruire miracolosamente questa città con la sua topografia e le sue architetture barocche che adesso si vanno svelando folgorate dalla luce e dal sole. E’ questo un mondo fatto di luce e calore, di ombre vitali come oasi di frescura in un cammmino fatto di visioni luminose e assolute.
A Noto come in altre città dell’isola IL BAROCCO è una suprema provocazione fatta di movimenti incredibili, di apparenti e aeree fragilità, è la sfida ad ogni futuro sommovimento della terra. Le facciate delle chiese, dei conventi, dei palazzi pubblici e privati se li guardi di sbieco tremolanti nell’aria calda del mezzogiorno sembrano la rappresentazione pietrificata del terremoto stesso e della sua lezione di vita: la distruzione volta in costruzione, la paura in coraggio, l’oscuro in luce, l’orrore in bellezza, l’irrazionale in fantasia creatrice, il caos in logos infine. Che è sempre il cammino della civiltà e della storia. Fermo davanti all’amplissima scalinata del Duomo osservo il “palcoscenico” con un nuovo sentimento dell’anima contro lo smarrimento di questi anni infami, della solitudine, dell’indistinto, del deserto…contro la vertigine del nulla. Qui su queste scene bruciate dal sole e, più tardi, infantasmate dai pleniluni, tra quinte di pietra intagliata, tra fantastiche mensole che sorreggono palchi, loggiati e tribune, tra allegorie, simboli e emblemi, tra rigonfi di grate e inferriate, tra cupole, campanili e pinnacoli, in questa scenografia onirica e surreale, io sono diventato un’altra cosa.
Potrò mai dire quanto possa trasfigurarsi l’animo umano dentro la gioia e la magia di questo connubio di costruzione e immagine, di struttura e ornamento, di ritmo e melodia? E’ questa la ragione di tutto quel che ho scritto in questi anni: la ragione e la fantasia, la logica imperiosa e il magico incontrollabile. So che è qui la chiave fra prosa e poesia che mi racconta della vita e dell’universo, “di questo incessante cataclisma armonico, di quest’immensa anarchia equilibrata” (L. SCIASCIA)
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Dietro ogni commento c’è un mistero e una persona ma i commenti non mi hanno mai aiutato anzi sono riusciti a distruggere il mio rapporto con gli altri in questo contesto. Adesso che tutto è finito puoi leggere, farti un'idea di ciò che ho scritto ma io risponderò solo quando potrò.