mercoledì 29 luglio 2026

LA SIGNORINA DIETRO I VETRI E IL TEMPO OBLIQUO -


Castelvetrano, estate del 1966 -

 -Trentacinque gradi! Santo Iddio, trentacinque. E sono le dieci e mezzo del mattino - Mio zio tornò dallo stanzino sul retro con due bottiglie nelle mani. 
–Ne faccio tanticchia anche a te?- e me la cominciò a preparare senza aspettare la risposta. Era inutile, tanto gli rispondevo sempre sì: e lui me lo chiedeva ogni volta come se lo divertisse quel gioco ripetitivo delle parti. Una commedia in minore con attori non professionisti pronti a superare con slancio il senso del ridicolo per approdare sulla spiaggia di un affetto semplice e dichiarato.
- Te ne metto poco…va bene? - ne metteva sempre la stessa quantità, cioè molta 
– Ci vuole la misura, bbeddu miu, la misura giusta in ogni cosa. Come quando preparo gli sviluppi per la camera oscura. Tieni! - L’anice grigio-perla si diffondeva pian piano nel bicchiere d’acqua, sembrava un gioco di prestigio; chissà se lui s’era mai accorto di quanto anice puro questo ragazzino si scolava di nascosto? Era un gioco anche questo e la bottiglia d’anice durava sempre molto meno di quanto avrebbe dovuto ma si trattava di una questione tra me e Vicè, mio padre ne era fuori per fortuna d’entrambi. 
- Ma tu vedi chistu chi faccia di sceccu c’ha avi. Brutto come la morte…intanto paga e quando si paga puoi essere comu ti piaci – Mio zio ritoccava sia i negativi che i positivi, le fotografie di un tempo quelle fatte di misteri, di buio e di luce 
- Insomma proprio come ti piace no, ma quasi…i denari figghiu miu fannu bbedda magari a soggira.- Lui teneva un pennello piccolo con le setole finissime e a punta poggiato sul cavallo fra l’orecchio e la tempia; un altro, più grosso, a portata di mano sulla scrivania vicino ad un pezzo di vetro con un po’ d’inchiostro nero sciolto sopra. 
- Guarda, vieni qua. Lo vedi questo? Niccolò Lentini si chiama, Cola u’ piritaru, ignorante e presuntuoso. Che fai? Ridi? Cola puzzolente e scimunito! Guardalo qui trasformato da viddanu a personaggio altolocato - Si alzò per andare a posare le bottiglie mentre dalla tenda fatta con cento fili di cannucce il caldo impietoso entrava ad ondate. 
- Si fanno conti sbagliati, sai. Qua in questo rettangolo sono lisci, perfetti e forse ci credono veramente di potersi camuffare. Fuori da qui_ e sventolava la foto - sempre gli stessi sono. - Poi, guardando me che ridevo a labbra strette continuava 
- Tutti uguali…tranne Lidia; lei è bella comunque. Bellissima. Te l’ho fatta vedere la foto sulla spiaggia l’anno scorso? No, non l’hai potuta vedere, nicu eri, ma ora te la mostro. Dov’è? Qua c’è una confusione terribile ed un caldo ancora più terribile. La cerco più tardi ma tu non fare finta di niente, ti credi che non lo so che rovisti qui dentro? Ma che cerchi? 
- Niente, e poi non cerco io, zio sei tu che ammucchi le cose senza pensarci. 
Non potevo dirgli che speravo ogni volta di trovare altre foto, quelle proibite che secondo me lui doveva avere per forza e che io non riuscivo a trovare. 
- Minchiate! Quelli della tua età si sentono sperti, furbi, ma io lo so che tu rovisti e so anche quello che cerchi, bbeddu – Saro, entrando, mi salvò da una situazione pesante, mi sentivo già rosso come uno scemo colto in flagrante: non ho mai saputo mentire bene e in quel caso mi sembrava anche inutile. 
- Ciao Vicè"_ e girò lo sguardo intorno, lo fermò su di me e mi fece un cenno come a dire, ah, ci sei pure tu? - Che stai facendo? Ritocchi, sempre ritocchi. Troppo belli li fai - ridendo posò le mani sulla scrivania - così belli che poi non li riconosce nessuno nelle carte d’identità. Qualche volta finisce che li arrestano e la colpa tua è, del cavaliere Montalto, l’uomo che fotografava il desiderio! - 
Lo disse allargando le braccia verso un immaginario pubblico. 
- Ho capito, vinisti pi sfuttiri - e mi guardò con l’aria complice che amavo tanto - Ma l’amici sono amici anche se ignoranti e insensibili! - Mi divertivo, era come stare a teatro: solo che questo era meno prevedibile e più eccitante. 
- Che ci fai qui a quest’ora? Lo sai quanti gradi stamattina? 
- Trentacique, Vicè, trentacinque qua dentro all’ombra; fuori meglio non parlarne. Dovevo andare a Palermo ma non me la sono sentita, troppo caldo, pochi clienti…e troppi pensieri- 
Mio zio alzò lo sguardo, guardò Saro in viso per un istante, e continuò nel lavoro certosino di prima; poi dopo un altro colpo di nero sul negativo, disse in un sussurro 
- Pensieri? Tu pensiero sempre e solo uno ne hai avuto e quello si chiama in un modo vastaso - ma era detto con una levità discreta che non gli conoscevo. Saro attento a me e all’aria immobile per la calura si toccava il mento ossuto con un movimento breve e ripetuto. 
 - Allora che fa, aspittamu una littira sul giornale? Ti vengo a trovare stanotte e me lo conti di nascosto dietro il muro del cinema all’aperto? Sariddu qual è il problema? Come li porta i capelli? Bionda o bruna? –
Io mi alzai con finta noncuranza: avevo capito che potevo ascoltare ma non dovevo darlo a vedere: mi accostai alla tenda sull’uscio. Gli occhi fuori, la testa dentro i segreti di un uomo. 
 - Vicè come te lo faccio capire? E’ bella, bellissima…e non fare gesti con la mano. Stavolta, te lo giuro, non esagero, è bbeddacomu u’ suli” 
- Va bene, bella come il sole…quindi bionda e magari cu’ l’occhi azzurri? 
- Sì, azzurri e grandi e sorridenti! La pelle è chiara, vellutata, sento che a toccarla resterei incantato… 
- Il fatto che non l’hai toccata ti ha salvato dal farti mandare dove merita un animale del tuo stampo: ci parlasti?- 
Saro diventò improvvisamente reticente, strano, senza la possibilità di spiegare alcunché. Si avvicinò a mio zio e alzando appena la testa verso dietro emise quel leggero schiocco di lingua che in Sicilia significa no; quello schiocco lo ricorderò sempre, sembrava una linea decisa su un foglio bianco, un pontile da cui imbarcarsi per lidi sconosciuti. 
- Non ci ho parlato, no, come faccio. M’imbarazza e poi, e poi secondo me straniera è! Se parla un’altra lingua che le dico? 
- Straniera? E dove l’hai conosciuta? Saro che ambiente stai frequentando? Non mi risulta che nel campo delle bibite gassate da noi lavorino fimmini bionde e straniere. 
- A Vita l’ho vista, conosciuta no, vista e rivista 
- A Vita? Saro che minchia stai dicendo, a Vita una donna bionda e chiara non esiste e se c’è non la vede nessuno 
- Dì quello che vuoi ma lei c’è, io la vedo ogni volta che col furgoncino attraverso il paese: alla seconda curva prima della chiesa, lei è lì, dietro i vetri del negozio. Vicè secunnu mia mi aspetta! 

Mio zio si alzò, si tolse il pennello dall’orecchio e si avvicinò a me davanti alla tenda: avevo un aspetto strano, tra il pensieroso e l’ironico.
- Allora, una bellissima ragazza bionda ti aspetta ogni volta che tu passi da Vita, un paese senza storia, quattro case e due negozi di cui uno di fotografia come il mio. E la picciotta per giunta è straniera. E tu che intenzioni hai? Ti fai sparare subito oppure…. 
- Oppure Vicè, oppure. Intanto se ci vado in compagnia la cosa è meno pericolosa, meno impegnativa. La guardiamo, le sorridiamo, e da cosa nasce cosa. 
- Putissiro nascere anche due schioppettate invece di una ma ci vengo. Anzi ci veniamo, ci portiamo anche mio nipote. Che dici Enzuccio, andiamo a conoscere questa fata bionda?-
Dissi di sì con l’entusiasmo di un ragazzo cui viene proposto un giro del mondo su un veliero: partimmo due giorni dopo ed era sabato ed il caldo era identico. 
Novantadue chilometri sulla vecchia statale che dalla costa sul mar d’Africa entrava mollemente dentro le colline asciutte della valle del Belice, le attraversava per giungere in vista del blu intenso del Tirreno, sotto la collina di Calatafimi. Giuseppe Garibaldi avrà sudato allo stesso modo, pensai, mentre la cinquecento scodinzolava lungo l’asfalto. Mi eccitava l’idea di fare un percorso tanto importante o meglio mi illudevo che fosse tale: il paesaggio al di là del finestrino diceva di una lontananza profonda, non parlava di dinamiche storiche ma d’immobilità millenarie. Garibaldi era passato di qua come un turista speciale, dopo di lui le acque del mar Rosso si erano richiuse alle sue spalle. Adesso c’era soltanto un cielo chiaro, privo di nuvole, colline di terra e ulivi, muli al sole e la massa bianca di un paese sotto il sole: Salemi. 
Quando lo indicai con la mano ai due adulti essi risero e Saro cominciò a declamare una litania che non avevo mai ascoltato: 
- Quannu viri ‘na montagna di issu, chistu è Salemi e tu passaci a rassu - 
Così il paese diventò in un attimo una specie di Sodoma, un luogo di perdizione circondato da un aura di perdizione densa; il mio aspetto evidentemente lasciò trapelare l’imbarazzo di un ragazzo che sognava invece muri bianchi su un cielo blu cobalto, magari appartato con una bellissima odalisca. E l’imbarazzo scatenò l’ilarità degli altri due e mi fece sentire uno scemo, uno che in quel posto non c’entrava nulla, un ospite ingombrante. 
 - Vicè guarda che u’picciutteddu male ci restò - Mio zio girandosi mi guardò e mi mise la mano sotto il mento 
- Enzo, non fare lo scimunito: sono vecchie storie sai. Queste terre di briganti erano e di schioppettate, che ti credevi? Puoi sognare nessuno te lo proibisce ma la vita, figghiu miu, la vita è un’altra cosa. E fammi una risata! Lo sapevi che lì, in alto, in cima al paese c’è un convento di frati? - Io mi ero già dimenticato l’imbarazzo di prima 
- Un bel convento, grande e ombroso…Pieno di cibarie, formaggi, salami, frutta…Con un enorme fico dentro il cortile…I fraticelli si sono dovuti adeguare ai tempi e alle schioppettate, sai, e così piano piano da timorati uomini di Dio diventarono fratacchioni, furbi e interessati alle cose di questa terra…Già, denari e fimmini; ora al posto del cordone penzolano altre cose! – 
E scoppiarono a ridere e risi anch’io perché l’idea di questi fraticelli satiri e gaudenti sotto quel sole impietoso mi parve una frescura deliziosa: il confine tra piacere e peccato era diventato esile e facile da varcare, fu la prima volta in cui mi accorsi della relatività delle cose ed invece di provarne sgomento ne restai affascinato. I due adulti, risolto il problema infantile, continuarono a chiacchierare fra loro e non si accorsero dei movimenti dentro la mia testa, dei voli e delle fantasie che planavano su quella fetta di terra solitaria e antica: Gli adulti non si accorgono mai di nulla e noi cresciamo soli bevendo a lunghi sorsi l’esistenza che incontriamo vergine e lussuriosa. 
Vita apparve improvvisa dopo una curva in cima ad una piatta collina circondata da campagne gialle e riarse. Entrammo in paese rallentando e non senza una certa tensione: al primo tornante mio zio lanciò un’occhiata interrogativa a cui Saro rispose con un breve diniego 
- E’ l’altra curva…bbedda matri sugnu emozionato Vicè, devi guardare a destra, c’è un negozietto con una piccola vetrina. Bbedda matri sto sudando, e se non c’è? 
C’era. Affacciata con metà del corpo e quasi tutto il viso sporgeva da una specie di colonna scura su cui appoggiava le mani. Ed era bellissima. Molto più bella di quanto io l’avessi immaginata. 
 - Ma che fai? Rallenta. 
- No, meglio andarcene, l’hai vista no? Andiamo e poi si vede 
- Che si vede e si vede, minchione, fermati e parcheggia là nello slargo e torniamo indietro. 
Tornammo lentamente presagendo lo spettacolo, gustandocelo prima ancora che si palesasse: davanti alla vetrina, circondati dalla curiosità di alcuni paesani e di molti ragazzini, ci fermammo e incrociammo gli occhi della donna che ancora ci sorrideva. E avrebbe sorriso in eterno. 
- Sariddu, l’hai guardata bene? Ti piace ancora? Ti vuoi presentare alla signorina? - Saro allargò la bocca in un vuoto di vergogna e ridicolo incolmabili, le braccia penzoloni lungo il corpo magro. 
- Minchia! Vicè, finta è! E’ di cartone, di cartone, una pubblicità. 
Dentro al piccolo bar si consumò definitivamente la farsa e l’uomo annegò il suo amore dentro un caffè nero e forte: io mi sentivo leggero come una pagliuzza mossa dal vento, mio zio parlottava fitto con lui ed erano tutte parole inutili. Usciti, dentro l’auto, dopo aver messo in moto, mentre scendevamo lungo le curve lentamente, Saro disse a se stesso: 
-Allora mi sono innamorato di un pupa di cartuni? Una pupa di cartuni… 
Lo disse piano per non svegliarsi dal sogno mentre ognuno di noi si crogiolava nei suoi. Due anni dopo, nel 68, un terremoto spazzò via tutta la valle del Belice: forse la ragazza bionda con la pelle vellutata si salvò come ogni illusione che si rispetti perché ci sarebbe sempre stato un uomo che, passando per caso, ci avrebbe creduto. E tanto bastava.

sabato 25 luglio 2026

VENDICARI -

Cosa ho fatto? Ho allontanato il virtuale e riavvicinato la libreria, lo stereo e la carta stampata. Gli articoli sono stati già tutti scritti, non prendetela come un atto di suprema arroganza ma è così: a 65 anni vissuti intensamente e in luoghi e contesti diversi se si scrive si scrive di tutto. D’amore, di vita, di lotta, vittorie e sconfitte, futuro filtrato dal passato e non è detto che sia uguale al vostro. Sto rileggendo la Recherche du temps perdu di Proust, la Ladra di libri di Zusak, i Vicerè di De Roberto, il contesto di Sciascia e l’Isola senza ponte di Collura, ho riacceso lo stereo e ascolto Gaber, Fossati, De andrè, Mina, Mozart, Bach e Duke Ellington (ma ce ne sono altri pronti a partire). Ogni tanto acquisto un quotidiano e me ne pento. Mi guardo morire dandomi un contegno: penso alla bellezza della vita e dei sentimenti e il tempo scorre. Non sento il bisogno di scrivere, di incazzarmi, di disquisire come un forsennato con chi vive su un altro pianeta. Teniamoci stretti ognuno il nostro. Riguardo quello che ho scritto negli ultimi ventanni, non è malaccio. Alcune cose sono così legate alla mia intimità che adesso mi meraviglio di averle palesate in pubblico: forse molti problemi sono nati da questo eccesso di confidenza, ma non ho mai saputo scrivere diversamente. Domani scendo sotto Siracusa, piano piano, mi fermo dalle parti di Vendicari, scelgo un eucalipto frondoso mi appoggio al suo tronco e mi perdo sulla linea azzurrina del mare. Voi non potrete vedermi ma sorriderò.

martedì 21 luglio 2026

LETTERA NEL VENTO -

Che ne sai dell’alito caldo che scende talvolta sulla mia terra? Io l’ho solo presagito ieri sul far della sera, un breve momento di attesa poi è iniziato. Ma tu non puoi sapere che lo scirocco è un confine nella nostra vita, un paletto da cui ripartire alla ricerca di una nuova frescura. Eri bellissima davanti al mare che ci vide diversi. Immobile il tuo corpo, l’abito unica parte viva su di te. Il vento caldo come sciroppo denso ci avvolgeva ed io sognai un’estate lontanissima e sospesa come questa quando ogni cosa doveva cominciare. Ma tu non sai, hai voluto dimenticare, io non potevo fissato dal vento in un sogno inutile ma necessario. Tu non hai bisogno di sapere che il tuo violino suonò per quest’ uomo un accordo lunghissimo che è rimasto su di me che sono una viola, compongo solo una biscroma al giorno. Troppo poco per difendersi dallo scirocco che avvolse le nostre vite. Tu sei altrove adesso, se una finestra dondola o sbatte la chiudi per non ricordare quella costa, il mare e il nostro silenzio.

venerdì 17 luglio 2026

18 E 44 -

Almeno due volte a settimana decido di non scrivere più. Non perchè non abbia argomenti ma perchè ne ho troppi. Avessi tempo leggerei almeno duecento blog al giorno e poi non avrei il tempo di commentare. La sensazione del tempo che scorre mi dà ogni giorno più fastidio, così per rabbia periodicamente mando tutto “definitivamente” a quel paese. 
Oggi ho chiuso il blog alle 14 e 30. Chiuso, finito! Dovevo rileggermi la Storia dell’Italia moderna del Candeloro, almeno i volumi riguardanti l’epoca risorgimentale… perchè io quando lo schifo odierno supera il livello di guardia vado sempre a cercare la falla da dove è entrato. Così all’inizio del pomeriggio verso le 15 ho passato in rivista i dorsi posati in libreria e, golosamente, ho iniziato a sfogliare il III e poi il IV volume… ma c’era anche lì vicino “Il Risorgimento” di Gramsci. Di quanto tempo avrò bisogno mi chiedevo mentre Ferdinando II, Cavour, D’Azeglio, Re Vittorio e via via Mameli, Garibaldi, Mazzini, Cattaneo sciamavano fuori. CHIUDO IL BLOG, chiudo gli occhi su questa Italia di Napolitano e Berlusconi, di Alfano e Bersani…di Grillo. Che cosa scrivo a fare belle gioie, cosa mi passa per la testa. Chiudere stop, e aprire i libri che poi non avrò più tempo. 
Alle 15 e 52 ho acceso il computer e sono andato su questo blog: c’erano alcuni commenti, alcune domande, qualche sorriso, ma quando lo rileggo il Candeloro? Domenica me ne vado a mare a Punta secca (quella di Montalbano) ma c’è già un caldo assassino, la mia donna tenterà il bagno io rischierò l’insolazione e il Risorgimento resterà oltre lo stretto o all’ombra del salotto buono di casa. Portare le anziane pagine al sole del canale di Sicilia non mi sembra il caso: passa il carretto della frutta, c’è la granita al bar e gli eucalipti mossi dal primo leggero scirocco mi faranno pensare di riavere tredici anni e i pantaloni corti e il cuore allegro come un cardiddu. Mi immaginerò di essere come Martino il mio bisnonno che corse dietro ai Mille sgambettando per le vie di Castelvetrano e gridando Viva Viva Garubardo… ma devo chiudere gli occhi su questa Italia, su questa Sicilia non posso perchè mi incuriosisce troppo. Ciao vah, non chiudo.

lunedì 13 luglio 2026

SACCU VACANTI NUN PO' STARI ADDRITTA. Si può scrivere solo in siciliano.

Abbiamo fatto una gita o ”nisciuta” che dir si voglia: probabilmente la prima di questa estate babba e distratta. Il resoconto mi vinni accussì, veritiero e sbrigativo ma rileggendolo ancora rido. Nonostante la quantità vergognosa di cibo ingurgitato e di vino bevuto, siamo tornati sani e salvi e, soprattutto, riconciliati con la vita. Quanto durerà? La decisione si pigliò per caso: prima eravamo solo due coppie poi, non si sa come, si junceru Gigi e Gaetano e, cosa ancora chiù strana, Claudio e Marco (i miei ragazzi) con Marina e Peppe. U cavuru era già bastevole ‘nta matinata e lasciava prevedere un pregevole forno verso mezzjorno, quindi decisione presa: verso le montagne! Ca poi, chi più chi meno, eravamo tutti su una media di una trentina di bagni a testa, per questo non interessava a nessuno di aggiungerne un altro alla lista. Dalle parti di Enna, Gigi ni dissi che lui si voleva fumari na sigaretta, noi gli abbiamo comunicato che si putiva lassarlo docu unni era, dalle parti di Tre Monzelli e si doveva puri arriminari in fretta per non far uscire l’aria condizionata mentre usciva lui dall’auto. Pari ca pure nell’autra machina Peppe ci abbia provato: infine, presi da pena per tali viziosi, a quarchiduno ci vinni di pisciari e la fermata servì per ambedue le necessità. Ammia e a Marina spuntarono brillanti teorie sul vizio del fumo e sulla schiavitù da tabacco: ognuno dissi la sua fissaria quotidiana e, alla fine, Gigi imitando Fiorello che imita Camilleri ci ha mandato simpaticamente affanculo. 
Non posso dirvi che benedizione ci è sembrata u friscu di una pinnata di rampicanti davanti alla trattoria di Salvatore verso mezzjorno, una volta arrivati al paese aggrappato in cielu a quasi 1200 metri sulle Madonie. L’ombra ci ha rilassato e unito in tante chiacchiere e risati; all’aperto chi fumare voleva fumò senza scassare i cabbasisi a nessuno. Agli antipasti la discussione verteva sulla questioni Tibet- Cina- sport e mondiali di nuoto: ma il primo litrozzo di rosso fresco e rubinoso ha deteriorato la qualità del discorso che dopo 2 minuti ha sentito la frase entusiastica di Peppe: “Signori, ma voi avete visto chi razza di magnifiche minne ha la Pellegrini?” Frase accolta da commenti smozzicati e risatine da parte della gioventù e da affermazioni convinte di porchitudine da parte di Anna e Marina. Gigi per fortuna ha evitato velenose sequele con una frase storica: “I cosi belli s’anno a taliari” e tutto è stato cancellato da una provola e un salame nostrano squisiti, seguiti da pomodori secchi fatti in casa, aulive bianche e nivure e cipudde in agrodolce. Ciò ha innalzato il tono del nostro parlare che ha toccato livelli, pregevoli quando io affermai con vigore che bisogna abbattiri tutti gli imperialismi…peccato che immediatamente dopo arrivò la caponatina seguita da una frittata cavura cavura di ricotta con foglioline di menta la quali distrasse tutti i miei ascoltatori. In tutta sincerità vi confesso che ho preferito sospendere temporaneamente la mia allocuzione in quantochè i picciotti, le signore e quei gran cornuti dei miei amici si erano buttati sul mangiari con una foga ca parivano dijuni di dui o tri misi: diventava necessario adeguarsi per non morire…di fame. Ai funghi arrosto e alle mulinciani grigliate nisciu fora Berlusconi, Bossi e compagnia bella; ma picca durarono sommersi da ruttini, frizzi, lazzi e gestacci vari, però dovete considerare che nel mentre la seconda bottiglia di rosso era morta prosciugata. Taliannu tornu tornu scoprii con orrore che anche la gioventù, mal controllata, si era data da fare e Marco il quindicenne rideva solo solo e Claudio guardava da un’altra parte. Quando arrivò la richiesta su quali primi desiderassimo Anna, unica persona seria, ci fici ossirvari che già c’eravamo calati ‘na cona, l’equivalente di almeno due pasti normali…e aveva ragione ma il solo nome di pasta di casa col sugo di ragù di carne di maiale fu un colpo mortale per le nostre deboli personalità. Nell’attesa, mentre qualcuno cercava di fare scarpetta nell’olio di oliva degli antipasti e veniva fustigato a sangue per la sua ingordigia (non vi dirò mai chi era) le nostre fertili menti ricominciarono a lavorare : aneddoti, memorie e racconti, il territorio perfetto per Gigi che con faccia tosta assoluta ci contò per la quinta volta di quando all’università…di quando il padre di Carmela lo sorprese…e quando lui riuscì a portare a riva quel sarago che aveva abboccato alla mia lenza (io sempre cretino sono) e poi la sera, tornando, la cinquecento fece 35 al litro!!! La gioventù lo ha taliato ammirata segno evidente di ubriachezza, le ragazze hanno riso divertite picchì “sunnu tutte minchiati ma li cunti accussì bene…” La fetta maschile non dissi una parola, poi arrivò la pasta in versione prima u ciauru poi il colore infine la panza: nel silenzio il rumor di mascelle era l’unico avvertibile. Da lì a seguire non ho più le idee molto chiare: solo qualche brandello di memoria confuso assieme alle parole: le risate, la sasizza, le costate, le puntine di maiale e le patate al forno… forse i pipi arrosto? Sicuramente i dolcetti di mandorla e la granita di limone. La bottiglia di zibibbo di Pantelleria ghiacciato ci ha definitivamente sotterrato, ma credetemi ni chiamò come le sirene di Ulisse e noi persone semplici siamo…non abbiamo resistito. 
Al paese c’era festa nel pomeriggio ma il gruppo aveva una camminata da ritirata di Russia; solo la chiesa di S. Maria di Loreto, bella e candida come la neve ci ha salvato. Al suo interno un gruppo di miscredenti ha recitato giaculatorie per quasi un’ora godendo del suo fresco e delle sue sedie. In questo modo poi siamo anche riusciti a goderci la festa, i carretti bardati come ai vecchi tempi e gli stendardieri nei costumi tradizionali. Infine? Infine abbiamo atteso che la luce si ammorbidisse in una sera tersa. I ragazzi erano felici…io mi sono un po’ immalinconito: come avrei potuto dir loro di gustare l’eternità di quel momento senza essere “giustiziato” dai loro motti di scherno? 
Così li ho guardati da lontano, da una lontananza che essi non possono nemmeno immaginare e mi son detto : un’altra svolta, un altro tesoro da conservare. Quando ce ne siamo andati, scendendo nella vallata in macchina, abbiamo cantato. Il suono della gioventù è ineguagliabile. Salutiamo

giovedì 9 luglio 2026

DEMONI A ORTIGIA


APRIRSI 
Quando esci dal portone sei una lama di colore rosso: ti guardo con la consapevolezza della prima volta; vorrei rallentare i tuoi movimenti però mi sei già davanti e io vorrei allontanarti un po’ da me per guardarti meglio a figura intera. 
Tu mi aliti un ciao a 2 millimetri dalle labbra…ti prendo le braccia e porto il tuo seno a un attimo dal perdersi contro il mio. Andiamo via da qui, lontano dai due gusci vuoti che siamo l’uno senza l’altro. 
Perché ridi? Oggi parleremo in modo assolutamente consono a ciò che siamo. Hai paura? No, ridi, sei un’onda di piacere puro, non c’è nessun’altra sensazione che possa inficiare il senso di questo giorno. 
Luce a picco fra le palme ad anfiteatro, luce ovunque e mare: una danza di azzurri e le tue gambe a dettare il ritmo delle onde. Ti ho mai detto che hai le caviglie più musicali che abbia mai visto? Ti volti di scatto e mi butti in faccia i tuoi occhi.
- Basta, Enzo, guardami bene, sono una vecchia signora – mi prendi la mano – tocca il mio seno, guarda da vicino la mia pelle, sfiorami i capelli. Sono una donna anziana e tu un vecchio e impenitente libertino. 
Io non bado alle lacrime che ora puliscono i tuoi occhi, mi avvicino fino a bruciare la mia anima dentro le mille pagliuzze delle tue iridi e ti bacio facendo sbattere i denti contro i tuoi. 
E abbiamo di nuovo 16 anni e dell’amore non sappiamo nulla e il sesso è l’unica cosa che vogliamo, l’unica che riusciamo a capire. Siamo tornati le rolling stones pericolose dell’altro ieri e mi metto a singhiozzare senza freni, senza tempo, senza pietà…voglio le altre tue labbra e disintegrarmi dentro il tuo utero. 
Che la notte rovini su questo giorno luminoso e aperto. Ci siamo amati di più lungo questo periplo marino che in mille giorni di coiti sfrenati, ci siamo sfiorati le vite per gridare che non potrà mai più esserci una prossima volta. 
E anche questa è una menzogna: la volta è una sola, apparecchiamo il desco a questo miracolo, parlami delle tue poesie e delle tue paure, delle nostre canzoni e di quel giorno sotto la pioggia quando ti dissi 
– I tuoi capelli sono almeno la metà dei motivi per cui ti amo- 
Piove sempre ma è bellissimo quando butti indietro la testa e ti lasci baciare il collo senza pudore, tra un po’ uscirà il sole su questa antica città e ci fulminerà qui, davanti alla fonte Aretusa come due amanti pietrificati dallo sguardo di una Medusa invidiosa. 
Siamo osservati da decine di persone, giro turistico con spettacolo fuori programma: assistere ad una fiction vera… Andiamo via amore mio, andiamo a indossare nuovamente i gusci lasciati al parcheggio sotto casa. 
Non siamo noi è il mondo che si agita per la nostra assenza, adesso abbiamo riempito il vuoto ma lui ci aspetta negli altri amori, quelli riusciti male, non amati, sciupati. Non siamo noi, troppo leggeri e perfetti per far vela al vento che sale dal mare. Non siamo noi, la nostra ombra si aggira ancora qua mentre andiamo via. 


SCRUTARE IL TEMPO 
E’ una tersa mattina di fine estate che si è fatta attendere a lungo, capricciosa e vanesia, come una star ad un ricevimento in suo onore prima di comparire davanti ai suoi ammiratori. Però ora ogni cosa è al suo posto, perfetta. 
Non attendo te occhi azzurri, attendo il passato. Quel passato che mi appartiene più d’ogni altra cosa perché possiede ancora una carica vitale profonda, un desiderio non sedato. 
Il sole, tiepido quanto basta, mi scalda il viso: ho voglia di caffè e placida tenerezza. E’ bellissimo muoversi mollemente con gesti risaputi e familiari: una solare intimità dei luoghi che si riflette dentro il mio spirito. Galleggio con naturalezza… per il principio d’Archimede evidentemente possiedo un peso specifico inferiore ai pensieri nei quali sono immerso. Lo stare bene assoluto. 
Quanta della mia passione cammina ancora da queste parti? Ho proiettato me stesso sul selciato del Passeggio Adorno e l’immagine è arrivata sino alle acque del Porto Grande, i miei occhi sono ancora fissati su un mattino di molti anni fa, quando tutto era ancora di là da venire…così una parte di me si è irrimediabilmente persa da queste parti. 
Giro intorno lo sguardo verso il Plemmirio punteggiato di case per ricordarne una, situata un po’ più in là, sul deserto di pietre aspre del Capo con il faro. 
La casa c’è ancora, occhi azzurri, ma non ci appartiene più perché, violentata dagli anni, non sente le nostre voci né quelle degli amici di allora. Adesso solo il vento salmastro del mare l’accarezza, col sentimento un po’ esclusivo di chi non ammette altre condivisioni affettive se non quelle del mirto e degli olivastri selvatici. 
E già lo sappiamo entrambi che non c’è bontà nell’amore, che non c’è pace, oppure siamo noi che non abbiamo trovato altre vie alternative ad un principio assoluto e beffardo che ci insulta ogni giorno. 
Da questa ringhiera placida e sonnolenta il mare e il vento mi fanno da anfitrioni, pronti a sorreggermi con garbo in una giornata difficile dentro la quale mi son voluto adagiare con voluttà e senza speranze. 
Ho lasciato l’auto e scendo lentamente verso la marina, c’è solo il rumore dei miei passi e il tenue sciabordio dell’onda breve che la brezza leggera spinge su questo baluardo della Fonte Aretusa. 
Tornare qui in assenza di te, nell’amnesia di ogni pensiero precedente a questo…eppure vederti ad ogni passo, sei un tutt’uno con questi palazzi che si specchiano luminosi sull’acqua immobile della rada. Ti somigliano allo stesso modo queste strade con i piccoli portoni segreti, aperti su antichi silenzi e la passeggiata dignitosa con gli alberi curati che guarda l’altra riva un po’ confusa nella caligine estiva. 
- Enzo, per favore non baciarmi… -Non lo farò ma lasciati guardare. 
E’ accaduto qui e io non ho alternative: preferisco elidere tutto ciò che è incongruo, stonato e difforme dall’immagine che conservo nella testa. 
Così, lentamente la fonte rivive, si riappropria dei suoi colori e dei suoi rumori: non più anatre starnazzanti, solo il fruscio dell’acqua dolce che scivola piano nel mare. Nessuna parete, nessuna ringhiera a far da confine. Solo il senso di un tempo immemore, sospeso come il miracolo della vita, dell’acqua, della frescura. 
Io sono abbastanza sciocco da credere ai miraggi, da perdere la mia identità in questo gioco astruso; sto qui ad aspettarti per un ultimo appuntamento a cui tu non verrai. 
Io dovevo esserci perché, nonostante tutto, m’illudo che per certe cose non possa esserci una fine. E’ in questo modo che i luoghi e gli oggetti costruiti dall’uomo ti legano il cuore: assorbendo le tue emozioni e le parole pronunciate in loro presenza. Cammini lungo una strada, svolti un angolo, ti siedi su una panchina, guardi l’ingresso di un giardino pubblico…ogni luogo ti ricorda qualcosa o qualcuno, anzi diventa quella cosa o quella persona. 
 – Mi piace parlare con te. Mi è sempre piaciuto – E’ lo stesso per me, ma se io ti chiedessi ora , qui, se c’è mai stato un momento in cui mi hai amato ? Sii sincera, per favore- 
Un breve silenzio, come se ti raccogliessi in te stessa. -Sì certo, in molte cose ti ho amato. Posso dire di averti amato. Ma io non voglio stare con te, non posso stare con te, rovineremmo tutto. 
Dieci anni fa inghiottii il rospo: che fosse tanto indigesto lo capii solo all’atto della deglutizione, ma lo inghiottii lo stesso. Mentre ti allontanavi pensai che era un atto, un momento della nostra vita, che avremmo avuto altre occasioni. 
Eri assolutamente bella, assolutamente lontana, assolutamente sola; totalmente tua. Il demone era ancora vivo. Allontanandoti lui cresceva a dismisura, si dispiegava in tutta la sua infernale grazia e il tempo trascorso è, banalmente, il mio esercizio di riparazione, una lucida considerazione affinché io capisca di essere stato sempre una strada parallela alla tua, vicina a sufficienza da poterci guardare dentro ma non da camminarci assieme. 
Oggi il sole è chiaro, un’armonia perfetta che monda il paesaggio da ogni imperfezione e io sono un uomo fortunato, non allegro né soddisfatto, ma cosciente della sua vita questo sì. Non è poco. 
L’unico rimprovero che mi faccio è che dovrei stare più attento quando dico o penso certe cose: i mai, i per sempre non sono materiale da maneggiare con disinvoltura alla mia età. Si tratta di frutti proibiti. Per me sono stati l’anticamera dell’impotenza, monoliti eretti nelle praterie della mia vita. 
Per quanto mi sia allontanato, nonostante l’infinità di stagioni trascorse, infine mi ritrovo sempre di fronte ad essi: o sono la verità assoluta o il vicolo cieco in cui mi sono cacciato da ragazzo, e il demone ride. 
DARE AL TRAMONTO IL TEMPO CHE GLI SPETTA 
Non ti bacerò più occhi azzurri, il pericolo è scongiurato; ascolteremo la musica a basso volume come piaceva a te vent’anni fa. 
Ti racconterò per l’ultima volta sottovoce la storia comune di quelli che, impauriti da certi sentimenti, li precludono al proprio spirito e, a forza di camminare ogni giorno nella polvere delle piccole miserie, dei sorrisi ipocriti e delle carezze interessate, hanno visto sparire dai loro orizzonti la gioia di un’emozione vera. 
Fammi dire, non parlo di te, non obbligatoriamente, non solo di te: ho lasciato sparsi in giro per l’Italia e la Sicilia molti brandelli di me: qui come a Palermo o Milano o Trapani, essi hanno fatto il nido e sono prosperati. Adesso mi stanno davanti per un ultimo commiato. 
La lealtà non esiste. E’un surrogato delle menzogne che ci raccontiamo ogni giorno e te lo dico a capo chino. Poi alzo gli occhi e li fisso nei tuoi. Sei sincera, assolutamente sincera: il fatto è che siamo arrivati in ritardo anche per lasciarci. 
– E’ vero, sai essere leale e ti odio. Adesso avrò bisogno di un po’ di tempo, devo trovare un equilibrio nuovo.  
Dovrei dirti questo ed invece ti bacio e nulla si può dire di più perché non è una storia d’amore. E’ una storia e basta. 
Di tempo n’è trascorso a sufficienza. Io non sono guarito perché non sono mai stato malato; l’ho capito qualche secondo fa guardando il mare. Sciocchi come me si nasce e ci si rafforza crescendo, è una modulazione diversa dell’anima, un’indole elastica che, piegata ad altri fini, torna naturalmente su se stessa. 
Non me ne sono accorto: un piccolo drappello di turisti è arrivato da queste parti. La fonte è di nuovo un fenomeno da baraccone, troppe fotocamere, troppi gelati, troppi calzoni corti e sandali di cuoio. 
Nemmeno qui c’è più spazio per me, la misantropia mi spinge a cercare un altro rifugio. In fondo basta svoltare al primo angolo nella prima stradina per ritrovarsi solo. 
– Spesso mi sento sola, sai. Con nessuno mi riesce di parlare come faccio con te, se ti parlo si sciolgono i nodi, quasi tutti. 
E sorridi mentre le tue parole m’inseguono ovunque: in un modo o nell’altro sei venuta all’appuntamento. 
 – Quando ero bambina non uccidevo nemmeno le formiche… – Ormai è tardi per pensare ad un figlio – Se avessimo messo al mondo una creatura, sarebbe stata femmina. Una bellissima bambina…una bambina… 
Sono sbucato da un’altra parte, in vista del Castello Maniace, qui di turisti neanche l’ombra. Poggio le spalle contro un muro e giro lo sguardo intorno lungo tutta la marina piena di sole: non sto male anzi mi ha preso una sottile e dolcissima euforia. 
Nella memoria si è acceso un altro lungomare, opposto e uguale a questo, un’altra acqua fatta di sale e di mulini a vento. Là c’è un paese bianco sotto il monte che guarda lontano le Egadi: un’illusione d’azzurro. 
Là vagabonda ancora, stordita, la mia fiducia nella vita e nell’amore. Mi fa una tenerezza infinita, ha i capelli bianchi come i miei ed è ancora molto bella. 
Sono prigioniero di me stesso, mentre l’accarezzo con gli occhi, lei continua nel suo incedere lento e leggero, io la guardo mentre si allontana sempre più…potrei perderla per sempre o per sempre rimpiangere di non averla fermata, di non averle detto che non mi è costata fatica rincorrerla fino a dimenticarmi di me. 
– Aspetta! E’ questo il luogo e il momento, non ce ne saranno mai altri, fermati!
Lei si volta… e non c’è più nulla fra la mia idea e il sogno, nemmeno questi veli che stanno scivolando sui suoi fianchi. 
Sei tu! Proprio tu! E’ questo dunque ciò che si prova davanti ad un fantasma: non è uno stare bene o male, è una marea di sensazioni e di parole quella che mi travolge. Anni d’idee e di sogni trattenuti a stento stanno qui, sul ciglio di questa baia, in bilico tra la sorpresa e il rammarico di non saper fermare per sempre tutto questo. 
Immobile non so che fare. E’ la stessa sensazione di trent’anni fa ed io non credevo che potesse raggiungermi ancora, eppure è accaduto. Perché sei venuta? Perché ora? Vuoi stabilire, in modo definitivo, una priorità, un possesso che t’appartiene? 
Te lo domandai chiaramente, ed era inverno - Ma tu mi ami...Non lo so più Enzo.  
Eri pallida, quasi rassegnata e mi guardasti andar via. Guarda ora, principessa, che magnifico palcoscenico c’è toccato stamattina. 
Io non ho più alcuna malinconia da raccontarti, nessun bacio da chiederti che tu non mi abbia già dato. Credevo d’esser arrivato fin qui per un commiato finale all’altra metà del mondo, mi ero già scritto il discorso senza considerare la disponibilità dell’uditorio. 
Ma adesso che siete ferme, intorno a me, e mi osservate attente, donne, bambine, ragazze di un tempo, madri di oggi, fidanzate e amanti, appassionate o disilluse, abbandonate o perse, non mi lascerò sfuggire l’occasione. Ho molte cose da dirvi…non riuscirò a dirvene compiutamente nessuna! 
Spero che, per intuito, capirete ugualmente, se così non fosse non ditemelo, vi prego, lasciatemi l’illusione che ci siamo compresi. Mi aiuterete ad andare lontano. 
Il sole è salito quasi allo zenit e questa terra è trasfigurata dal caldo. Ho le mani pulite finalmente e completamente vuote, come le strade d’Ortigia a quest’ora. Forse oggi che l’armonia ci possiede potreste seguirmi, almeno una volta, sul filo della vita che ci corre incontro. 
 – Non baciarmi- – Ti amo. -Non voglio, non posso, stare con te. – Lasciami in pace! – In qualche modo ti ho amato, sì ti ho amato. – Non lo so. – Buonanotte mio sogno proibito. – Mi piace parlare con te, mi è sempre piaciuto. 
Guardate, le parole trascolorano: è rimasto il vostro sorriso, una pausa breve prima dell’ultimo salto. Ora tocca a voi: conquistate almeno una volta la mia solitudine. 
La luna liquida e le stelle fitte nel nero della notte ansiosa sono storie passate, parole vuote, di plastica, ma il silenzio del cuore nei giorni in cui il riso c’era compagno spietato e beffardo è un racconto molto vicino. 
Vi prenderò, un giorno, in una prossima vita, in una città diversa, dietro un altro angolo; nella danza che avete lungamente negato sarete travolte anche voi. Non potrò riderne e non vi darò il veleno acuto che ha gonfiato i miei giorni. 
L’orologio sta girando in fretta, troppo in fretta, non è più il momento di stupide ripicche. Le ombre si stanno allungando, io con esse e finalmente non è più tempo di demoni, né di angeli. 
Fra poco sarà la fine del giorno e io voglio che la sera mi trovi ancora una volta, come sempre: aggrappato al cielo.

domenica 5 luglio 2026

CANTI BAROCCHI - Ferragosto da soli


La grande villa era già sparita da più di ventanni. Le bombe made in USA avevano artigliato anche la zona residenziale di viale della Libertà ma gli inquilini se ne erano andati da molto tempo. La contessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò non avrebbe potuto vivere con la dignità che le competeva in quella Palermo del primo novecento dopo essere stata abbandonata dal marito Giuseppe per una giovane e procace ballerina; lui era fuggito a Sanremo ma la contessa era rimasta a illanguidire tra i ricordi e le angustie di una società in cui lo sfacelo iniziato con l'unità d'Italia e la fine dei Borboni rendeva sempre più lontana la luce che era stata dei Gattopardi di un tempo. 
Aveva più volte confidato alla sorella Beatrice che per lei gli spazi vitali diventavano sempre più angusti e che non intendeva crescere i tre figli in quella condizione. Beatrice le ricordava che per gente come loro (era la madre dello scrittore Tomasi principe di Lampedusa) la città, per quanto degradata, restava pur sempre l'unico luogo in cui abitare...a meno che non ci fosse l'alternativa anche economica di migrare in altri luoghi dell'Europa che contava. I tre figli erano una cerchia protettiva, un patrimonio, l'unico, che esulava da tutto il resto. Lucio era il minore, timido e introverso coltivava già da allora molti interessi letterari e musicali: le sue pagelle al liceo Garibaldi parlavano chiaro, i voti altissimi (molto rari a quei tempi) in greco e latino erano testimonianza di un intelletto avido di conoscenza e lucido nella sua capacità espressiva. Ma era il carattere a limitarne gli effetti e forse anche una certa sudditanza psicologica verso la madre, sudditanza terminata solo con la morte di lei. L'ambiente sociale della nobiltà palermitana di quegli anni era ridotto come numero ma elevato nei suoi interessi, Il circolo Bellini possedeva un tenore culturale di grande spessore e l'adolescente Lucio vi era già conosciuto come "il musicista filosofo". Il circolo aveva tra i suoi frequentatori anche Tomasi che spesso si divertiva a prendere in giro il cugino che certamente era un pedantissimo e ricercatissimo compositore e il Tomasi amava schernirlo con la frase " mio cugino compone una biscroma al giorno". In Sicilia l'elitarismo si pasce dell'apparente mediocrità umana circostante, ma è un'illusione fascinosa, la letteratura dei siciliani è sempre stata europea perchè "europee" e vaste sono sempre state le loro biblioteche. Ma niente potrà mai spiegare la cifra esistenziale della famiglia Piccolo che agli inizi degli anni 30 decise di "sparire" dal mondo cittadino e esiliarsi nella villa di campagna di Capo D'Orlando. Lucio a quell'epoca aveva 31 anni. Se esiste uno stereotipo sulla Sicilia quello gattopardesco è senza dubbio il più "nobile" e ricercato, è anche il più sciocco e inadeguato; la Sicilia colta e profonda è sempre vissuta lontano dai salotti e dalle ricercatezze formali. Tomasi, cugino di Lucio, ebbe una gran fama postuma per il romanzo che incastonava in un diadema perfetto la vita e l'amore, la storia e la politica, il fisico e il metafisico, una gloria inutile per l'autore e giunta in ritardo. Molte delle pagine del Gattopardo, furono riviste e completate a Villa Piccolo, si vociferò a lungo di alcuni asprezze tra i due cugini nate da contese letterarie. Il romanzo di Lampedusa nasceva al sole infuocato e assorto di un meridione antico, la poetica di Lucio Piccolo invece viveva nella penombra di una sera incipiente o di un'alba sospesa. Lucio è ancora un poeta clandestino, le sue opere viaggiano tra le mani di pochi, la sua scrittura è lontana anni luce dalle frodi editoriali e commerciali. Che importa? Gli anni dell'adolescenza e della gioventù a immergersi nel grande fiume della cultura e letteratura europea, un istinto precoce e onnivoro verso l'espressione letteraria. Poi il silenzio...la natura come unica interlocutrice e il grande abbraccio della solitudine. Ancora una volta mi rendo conto di quanto io sia inappropriato a svolgere recensioni letterarie in senso stretto, quanto sia incapace a sovrapporre la mia voce a quella di un altro: 
«I giorni della luce fragile, i giorni / che restarono presi ad uno scrollo / fresco di rami… / oh non li ri­chiamare, non li muovere, / anche il soffio più timido è violenza / che li frastorna… ». 
“La casa era quieta, il resto del mondo lontanissimo. Fu così che mi resi conto come per villa Piccolo passasse un meridiano come a Greenwich il meridiano della solitudine “. Ebbe a scrivere qualcuno sul mondo della villa. 
" Se noi siamo figure di specchio che un soffio conduce senza spessore né suono pure il mondo dintorno non è fermo ma scorrente parete dipinta, ingannevole gioco, equivoco d’ombre e barbagli, di forme che chiamano e negano un senso – simile all’interno schermo, al turbinio che ci prende se gli occhi chiudiamo, perenne vorticare in frantumi veloci, riflessi, barlumi di vita o di sogno – e noi trascorriamo inerti spoglie d’attimo in attimo, di flutto in flutto senza che ci fermi il giorno che sale o la luce che squadra le cose". Da Gioco a nascondere. 
Infine andare a Villa Piccolo, da soli e senza altri interlocutori che non la propria coscienza e sensibilità, andarvi e rileggere «Così prendi il cammino del monte: quando non / sia giornata che tiri tramontana ai naviganti, / ma dall’opposta banda dove i monti s’oscurano in gola / e sono venendo il tempo le pasque di granato e d’argento…». Da Plumelia. 
Poichè il Sud sta stretto dentro i normali abiti letterari e la cifra interpretativa può nascere solo dalla comprensione intima della sua terra.

mercoledì 1 luglio 2026

Francesca Albanese

Come sempre accade da circa una settimana sul palcoscenico dei media-social una nuova protagonista è salita alla ribalta tra squilli di tromba e peana di gloria; si parla addirittura di una candidatura al Nobel! Io sono sempre più lontano da questi ambienti e da questa Italia chiassosa, pronta a osannare chiunque mostri, apparentemente, una logica diversa da quella normale dell'analisi e della lettura ad ampio spettro.
Ma c’è un’Italia che ancora prova a difendere la verità.... e poi c’è quella che la baratta per ideologia. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i Territori Palestinesi, appartiene alla seconda categoria. 
E il problema non è il ruolo che ricopre, ma come ha scelto di interpretarlo: da militante, non da garante dei diritti umani. Di fronte al dramma palestinese, Albanese ha deciso da che parte stare: con la propaganda. Non una parola sull’indottrinamento al martirio che avvelena l’infanzia palestinese, documentato da decine di studi e inchieste. Nessuna denuncia dei programmi scolastici che glorificano la morte come forma di resistenza. Silenzio assoluto sui campi estivi di Hamas, dove i bambini imparano a impugnare un fucile prima ancora di scrivere una poesia. 
La Albanese preferisce un’altra narrazione: quella di un popolo vittima assoluta, a prescindere, e di un oppressore unico e indiscutibile, Israele. 
Una versione comoda, che le ha garantito applausi nei circoli ideologici, ma che ha svuotato di credibilità il suo mandato internazionale. Questa complicità intellettuale è la vera vergogna italiana. Perché chi rappresenta il nostro Paese in un organismo come l’ONU non può ignorare metà della storia. Non può fare finta che il terrorismo sia un incidente e che l’odio venga solo da una parte. Non può tacere di fronte a un’educazione al martirio che fabbrica vittime e carnefici nello stesso corpo di un bambino. 
La verità non ha bandiere, ma Francesca Albanese sì. Ed è questa la sua colpa più grave. Una colpa che non pesa solo su di lei, ma su tutti quelli che, per convenienza o per codardia, hanno scelto di voltarsi dall’altra parte.