Due avverbi per definirci: stentatamente, maldestramente. Parliamo e spesso ci accapigliamo per una Nazione che non c’è: esiste un luogo geografico chiamato Italia, una lunga e strana penisola proiettata nel bel mezzo del Mediterraneo tra oriente e occidente, un luogo strategicamente ed esistenzialmente unico e desiderabile per qualsiasi altra civiltà. Essere concupiti, occupati e invasi è un destino storicamente palese. Si occupa politicamente e militarmente ciò che è vuoto e la penisola è vacante dalla caduta dell’impero Romano d’occidente.
Capisco che aprire un libro di storia che non sia un vecchio sussidiario delle scuole elementari è gesto obsoleto, snobistico? Inutile? Dipende da molti fattori ma quella che noi chiamiamo Italia, anzi Repubblica italiana è stata nei secoli molte altre cose.
Federico II di Svevia in pieno medioevo stupisce il mondo e diventa il capo supremo del Sacro romano impero: dietro di lui c’è già da allora l’ombra da sempre presente in Italia del papato. Il centro di tutto è una delle capitali del meridione europeo Palermo, un momento di incredibile sincretismo e illuminata gestione del potere. Finisce tutto nel 1250 e per più di 600 anni i cosiddetti italiani tornano ad essere siciliani, calabresi, meridionali, napoletani, sudditi del regno pontificio, toscani, veneziani, liguri, piemontesi tutti comunque legati al carro di potenze e stati “esterni”, nazioni vere, forti, assetate di potere e territori. All’interno di questo quadro che è innegabile, lo è assolutamente, esistono poi altre numerose realtà locali e regionali e fino alla metà dell’ottocento si sentono parlare esclusivamente i dialetti di zone diversissime della penisola; anche la difficoltà delle comunicazioni facilita questi piccoli regni, queste piccole realtà politiche, rissose, colorate, chiuse a qualsiasi anelito unitario ma ricche di una componente artistico-culturale immensa.
E’ questa la cifra italiana, l’unica forza cementante, l’unico humus che in qualche modo ci designa: siamo un’amalgama che nulla ha a che fare con eserciti, strategie unitarie, proclami da balconi o parlamenti. E’ qualcosa che non ci protegge da altre nazioni, manca dal nostro Dna poiché serve molto tempo affinchè un moto culturale diventi un senso nazionale e politico, Francia, Spagna, Inghilterra lo hanno cresciuto e nutrito, noi siamo ancora al punto di Roma ladrona e Forza Etna. L’unità nelle diversità non la puoi imporre se sessanta milioni di persone non l’hanno mai sentita tale per secoli: abbiamo pregato per quasi due millenni lo stesso Dio ma il concetto dell’immanenza travalica i confini e opera in un territorio intellettuale diverso, oggi sta cambiando anche questo.
Ci siamo raccontati un mare di bugie, ce le raccontiamo ancora oggi…amaramente perché le belle favole sono un balsamo e le utopie consolano ma la realtà è ancora quella che dal 1860 nessuno è riuscito a cambiare. Nemmeno due guerre mondiali, nemmeno il sangue di uomini di regioni diverse sono riuscite a unirci, nemmeno il silenzio che ogni morte lascia per riflettere sul senso della vita è bastato a produrre un’unità moralmente e civilmente più degna.
Ci sono troppi avverbi in questo articolo e poca speranza, sento un vuoto duro, concettualmente ostinato perché definiamo i fatti storici con termini inadeguati, chiamiamo le sconfitte vittorie, le guerre civili guerre di liberazione, i processi di conquista economica processi unitari, le secessioni sostanziali autonomie necessarie. Senza un prima conosciuto con fermezza ( che non è cinismo ma lucidità) non ci sarà mai nessun futuro se non questo sconsolante che viviamo ogni giorno. E il Parlamento europeo è solo un guscio vuoto quanto la nostra ignoranza storica.
