giovedì 30 luglio 2026

ARCHETIPI -

Probabilmente sarà stata questa nuova stagione politica e sociale, quella che da anni ormai ci spinge verso un futuro che, in parti statisticamente uguali, alcuni vedono nera altri rosea. Sarà lei la madre del nostro malessere Io? Io la vedo ridicola e velenosa ma ci sto dentro: malamente ma dentro. 
C’è qualcosa che mi irrita e mi offende nel profondo nei discorsi che ascolto o che leggo in giro, anche sui blog; qualcosa che è un insieme di valutazioni etiche, storiche e ambientali sul meridione in genere e sulla mia isola in particolare. E’ come se seguissi il percorso di una verità che, pian piano, si diluisce e diventa menzogna: ma è difficile spiegarmi. Anzitutto l’isola non è un luogo soltanto “sfavorito”: anche ai tempi di Omero l’isola era una perfetta metafora dell’esistenza umana, il luogo perfetto per costruire una narrazione o una magia. Quante storie terribili di prigionie e carcerati sono da sempre legati all’isola? Quanti nascondigli e favolosi tesori sono da sempre nascosti in un’isola? Basta ripensare alla storia di quest’ultimo secolo: l’isola era l’ambiente, anche mentale, dove imporre lontananza sia ai criminali che agli oppositori di regime, qualunque esso fosse. 
E mi viene da ridere amaramente: il fascismo mandava i suoi oppositori al confino sulle isole, il nuovo stato repubblicano, nato dalle ceneri del ventennio, in fondo fa la stessa cosa per quelli che, nonostante tutto, si ostinavano a fare il loro dovere nella pubblica amministrazione: trasferiti in una delle due isole a dirigere il traffico! L’isola in ogni caso era ed è un luogo estremo abitato da gente estrema: vogliamo provare a rileggere questa condizione? Proviamo ad osservare l’isola da un punto di vista che non la veda solo come il luogo della morte civile prima, economica poi. Impresa difficile, forse impossibile, troppi concreti difetti, troppe situazioni di eclatante disagio. Voglio provare almeno a volgere il tutto in una dimensione culturale adeguata alla mia isola, la Sicilia, a ridarle con orgoglio il posto che le spetta al di là e al disopra delle farneticazioni leghiste. Comincio con alcuni versi di un confinato a Lipari (Eolie) negli anni trenta: Curzio Malaparte.


E sempre a questa solitaria riva Io vengo,
alba marina, ad incontrarti.
Svela un lieve chiarore a poco a poco, sparsi sull’arenoso lido
gli ossi di seppia e i pesci morti dai tondi occhi innocenti,
e le conchiglie dalle rosee labbra.
Già trema nei velati occhi amorosi L’azzurra alba lontana.
Il mar delle conchiglie ha voce umana.-
Non mi pare che tali versi esprimano solo tristezza; c’è malinconia, c’è apertura, c’è sogno, c’è vita nell’isola. Si avverte un abbraccio, una confidenza amicale che probabilmente altrove non avresti. E già argomentare di queste cose in questo modo mi fa sentire l’enorme lontananza dalle posizioni “continentali” che privilegiano altri aspetti e danno la mia terra come condannata ad una vita “inferiore”. 
Ma penso anche all’infinita letteratura dei siciliani, alla loro sintassi psicologica ed ideale e mi viene il dubbio che per noi essere isolani è un privilegio o, meglio, un’ambizione; che la vera isola è conficcata dentro la nostra testa e non combacia con la realtà geografica: i tre chilometri dello stretto di Messina. C’è conferma di questo giudizio negli scritti di alcuni intellettuali meridionali e no: l’insularità come autocompiacimento. 
Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo” – Non nego che alcuni siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a svagarsi: bisogna però farli partire molto, molto giovani; a vent’anni è già tardi, la crosta è fatta. - 
Verga in un saggio dedicato a Pirandello – Tutti i siciliani in fondo sono tristi, perché hanno tutti un senso tragico della vita e anche quasi una istintiva paura di essere oltre quel breve ambito del covo, ove si senton sicuri e si tengono appartati… avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno, aperta, chiara di sole… ma ci son quelli che evadono; quelli che passano non solo materialmente il mare ma che, bravando quell’istintiva paura, si tolgono ( o credono di togliersi ) da quel loro poco e profondo che li fa isole a sé, e vanno ambiziosi di vita ove una loro fantastica sensualità li porta.- 
Non potrei aggiungere altro ad una definizione così puntuale e profonda; voglio solo dire, oggi più di ieri, che del sud e della sua isola più grande questo paese non può fare a meno. L’effimero ci prende, ci possiede: la relatività ci permea da secoli…ve la regaliamo. E’ un dono prezioso e un punto di riferimento contro l’assolutismo continentale che tutto vorrebbe chiuso in “logiche di mercato”. Avrei voglia di dire altro ma rimanderò ad una prossima occasione il desiderio di raccontare altro della mia terra “metafora” dell’Europa come diceva Leonardo Sciascia.

mercoledì 29 luglio 2026

LA SIGNORINA DIETRO I VETRI E IL TEMPO OBLIQUO -


Castelvetrano, estate del 1966 -

 -Trentacinque gradi! Santo Iddio, trentacinque. E sono le dieci e mezzo del mattino - Mio zio tornò dallo stanzino sul retro con due bottiglie nelle mani. 
–Ne faccio tanticchia anche a te?- e me la cominciò a preparare senza aspettare la risposta. Era inutile, tanto gli rispondevo sempre sì: e lui me lo chiedeva ogni volta come se lo divertisse quel gioco ripetitivo delle parti. Una commedia in minore con attori non professionisti pronti a superare con slancio il senso del ridicolo per approdare sulla spiaggia di un affetto semplice e dichiarato.
- Te ne metto poco…va bene? - ne metteva sempre la stessa quantità, cioè molta 
– Ci vuole la misura, bbeddu miu, la misura giusta in ogni cosa. Come quando preparo gli sviluppi per la camera oscura. Tieni! - L’anice grigio-perla si diffondeva pian piano nel bicchiere d’acqua, sembrava un gioco di prestigio; chissà se lui s’era mai accorto di quanto anice puro questo ragazzino si scolava di nascosto? Era un gioco anche questo e la bottiglia d’anice durava sempre molto meno di quanto avrebbe dovuto ma si trattava di una questione tra me e Vicè, mio padre ne era fuori per fortuna d’entrambi. 
- Ma tu vedi chistu chi faccia di sceccu c’ha avi. Brutto come la morte…intanto paga e quando si paga puoi essere comu ti piaci – Mio zio ritoccava sia i negativi che i positivi, le fotografie di un tempo quelle fatte di misteri, di buio e di luce 
- Insomma proprio come ti piace no, ma quasi…i denari figghiu miu fannu bbedda magari a soggira.- Lui teneva un pennello piccolo con le setole finissime e a punta poggiato sul cavallo fra l’orecchio e la tempia; un altro, più grosso, a portata di mano sulla scrivania vicino ad un pezzo di vetro con un po’ d’inchiostro nero sciolto sopra. 
- Guarda, vieni qua. Lo vedi questo? Niccolò Lentini si chiama, Cola u’ piritaru, ignorante e presuntuoso. Che fai? Ridi? Cola puzzolente e scimunito! Guardalo qui trasformato da viddanu a personaggio altolocato - Si alzò per andare a posare le bottiglie mentre dalla tenda fatta con cento fili di cannucce il caldo impietoso entrava ad ondate. 
- Si fanno conti sbagliati, sai. Qua in questo rettangolo sono lisci, perfetti e forse ci credono veramente di potersi camuffare. Fuori da qui_ e sventolava la foto - sempre gli stessi sono. - Poi, guardando me che ridevo a labbra strette continuava 
- Tutti uguali…tranne Lidia; lei è bella comunque. Bellissima. Te l’ho fatta vedere la foto sulla spiaggia l’anno scorso? No, non l’hai potuta vedere, nicu eri, ma ora te la mostro. Dov’è? Qua c’è una confusione terribile ed un caldo ancora più terribile. La cerco più tardi ma tu non fare finta di niente, ti credi che non lo so che rovisti qui dentro? Ma che cerchi? 
- Niente, e poi non cerco io, zio sei tu che ammucchi le cose senza pensarci. 
Non potevo dirgli che speravo ogni volta di trovare altre foto, quelle proibite che secondo me lui doveva avere per forza e che io non riuscivo a trovare. 
- Minchiate! Quelli della tua età si sentono sperti, furbi, ma io lo so che tu rovisti e so anche quello che cerchi, bbeddu – Saro, entrando, mi salvò da una situazione pesante, mi sentivo già rosso come uno scemo colto in flagrante: non ho mai saputo mentire bene e in quel caso mi sembrava anche inutile. 
- Ciao Vicè"_ e girò lo sguardo intorno, lo fermò su di me e mi fece un cenno come a dire, ah, ci sei pure tu? - Che stai facendo? Ritocchi, sempre ritocchi. Troppo belli li fai - ridendo posò le mani sulla scrivania - così belli che poi non li riconosce nessuno nelle carte d’identità. Qualche volta finisce che li arrestano e la colpa tua è, del cavaliere Montalto, l’uomo che fotografava il desiderio! - 
Lo disse allargando le braccia verso un immaginario pubblico. 
- Ho capito, vinisti pi sfuttiri - e mi guardò con l’aria complice che amavo tanto - Ma l’amici sono amici anche se ignoranti e insensibili! - Mi divertivo, era come stare a teatro: solo che questo era meno prevedibile e più eccitante. 
- Che ci fai qui a quest’ora? Lo sai quanti gradi stamattina? 
- Trentacique, Vicè, trentacinque qua dentro all’ombra; fuori meglio non parlarne. Dovevo andare a Palermo ma non me la sono sentita, troppo caldo, pochi clienti…e troppi pensieri- 
Mio zio alzò lo sguardo, guardò Saro in viso per un istante, e continuò nel lavoro certosino di prima; poi dopo un altro colpo di nero sul negativo, disse in un sussurro 
- Pensieri? Tu pensiero sempre e solo uno ne hai avuto e quello si chiama in un modo vastaso - ma era detto con una levità discreta che non gli conoscevo. Saro attento a me e all’aria immobile per la calura si toccava il mento ossuto con un movimento breve e ripetuto. 
 - Allora che fa, aspittamu una littira sul giornale? Ti vengo a trovare stanotte e me lo conti di nascosto dietro il muro del cinema all’aperto? Sariddu qual è il problema? Come li porta i capelli? Bionda o bruna? –
Io mi alzai con finta noncuranza: avevo capito che potevo ascoltare ma non dovevo darlo a vedere: mi accostai alla tenda sull’uscio. Gli occhi fuori, la testa dentro i segreti di un uomo. 
 - Vicè come te lo faccio capire? E’ bella, bellissima…e non fare gesti con la mano. Stavolta, te lo giuro, non esagero, è bbeddacomu u’ suli” 
- Va bene, bella come il sole…quindi bionda e magari cu’ l’occhi azzurri? 
- Sì, azzurri e grandi e sorridenti! La pelle è chiara, vellutata, sento che a toccarla resterei incantato… 
- Il fatto che non l’hai toccata ti ha salvato dal farti mandare dove merita un animale del tuo stampo: ci parlasti?- 
Saro diventò improvvisamente reticente, strano, senza la possibilità di spiegare alcunché. Si avvicinò a mio zio e alzando appena la testa verso dietro emise quel leggero schiocco di lingua che in Sicilia significa no; quello schiocco lo ricorderò sempre, sembrava una linea decisa su un foglio bianco, un pontile da cui imbarcarsi per lidi sconosciuti. 
- Non ci ho parlato, no, come faccio. M’imbarazza e poi, e poi secondo me straniera è! Se parla un’altra lingua che le dico? 
- Straniera? E dove l’hai conosciuta? Saro che ambiente stai frequentando? Non mi risulta che nel campo delle bibite gassate da noi lavorino fimmini bionde e straniere. 
- A Vita l’ho vista, conosciuta no, vista e rivista 
- A Vita? Saro che minchia stai dicendo, a Vita una donna bionda e chiara non esiste e se c’è non la vede nessuno 
- Dì quello che vuoi ma lei c’è, io la vedo ogni volta che col furgoncino attraverso il paese: alla seconda curva prima della chiesa, lei è lì, dietro i vetri del negozio. Vicè secunnu mia mi aspetta! 

Mio zio si alzò, si tolse il pennello dall’orecchio e si avvicinò a me davanti alla tenda: avevo un aspetto strano, tra il pensieroso e l’ironico.
- Allora, una bellissima ragazza bionda ti aspetta ogni volta che tu passi da Vita, un paese senza storia, quattro case e due negozi di cui uno di fotografia come il mio. E la picciotta per giunta è straniera. E tu che intenzioni hai? Ti fai sparare subito oppure…. 
- Oppure Vicè, oppure. Intanto se ci vado in compagnia la cosa è meno pericolosa, meno impegnativa. La guardiamo, le sorridiamo, e da cosa nasce cosa. 
- Putissiro nascere anche due schioppettate invece di una ma ci vengo. Anzi ci veniamo, ci portiamo anche mio nipote. Che dici Enzuccio, andiamo a conoscere questa fata bionda?-
Dissi di sì con l’entusiasmo di un ragazzo cui viene proposto un giro del mondo su un veliero: partimmo due giorni dopo ed era sabato ed il caldo era identico. 
Novantadue chilometri sulla vecchia statale che dalla costa sul mar d’Africa entrava mollemente dentro le colline asciutte della valle del Belice, le attraversava per giungere in vista del blu intenso del Tirreno, sotto la collina di Calatafimi. Giuseppe Garibaldi avrà sudato allo stesso modo, pensai, mentre la cinquecento scodinzolava lungo l’asfalto. Mi eccitava l’idea di fare un percorso tanto importante o meglio mi illudevo che fosse tale: il paesaggio al di là del finestrino diceva di una lontananza profonda, non parlava di dinamiche storiche ma d’immobilità millenarie. Garibaldi era passato di qua come un turista speciale, dopo di lui le acque del mar Rosso si erano richiuse alle sue spalle. Adesso c’era soltanto un cielo chiaro, privo di nuvole, colline di terra e ulivi, muli al sole e la massa bianca di un paese sotto il sole: Salemi. 
Quando lo indicai con la mano ai due adulti essi risero e Saro cominciò a declamare una litania che non avevo mai ascoltato: 
- Quannu viri ‘na montagna di issu, chistu è Salemi e tu passaci a rassu - 
Così il paese diventò in un attimo una specie di Sodoma, un luogo di perdizione circondato da un aura di perdizione densa; il mio aspetto evidentemente lasciò trapelare l’imbarazzo di un ragazzo che sognava invece muri bianchi su un cielo blu cobalto, magari appartato con una bellissima odalisca. E l’imbarazzo scatenò l’ilarità degli altri due e mi fece sentire uno scemo, uno che in quel posto non c’entrava nulla, un ospite ingombrante. 
 - Vicè guarda che u’picciutteddu male ci restò - Mio zio girandosi mi guardò e mi mise la mano sotto il mento 
- Enzo, non fare lo scimunito: sono vecchie storie sai. Queste terre di briganti erano e di schioppettate, che ti credevi? Puoi sognare nessuno te lo proibisce ma la vita, figghiu miu, la vita è un’altra cosa. E fammi una risata! Lo sapevi che lì, in alto, in cima al paese c’è un convento di frati? - Io mi ero già dimenticato l’imbarazzo di prima 
- Un bel convento, grande e ombroso…Pieno di cibarie, formaggi, salami, frutta…Con un enorme fico dentro il cortile…I fraticelli si sono dovuti adeguare ai tempi e alle schioppettate, sai, e così piano piano da timorati uomini di Dio diventarono fratacchioni, furbi e interessati alle cose di questa terra…Già, denari e fimmini; ora al posto del cordone penzolano altre cose! – 
E scoppiarono a ridere e risi anch’io perché l’idea di questi fraticelli satiri e gaudenti sotto quel sole impietoso mi parve una frescura deliziosa: il confine tra piacere e peccato era diventato esile e facile da varcare, fu la prima volta in cui mi accorsi della relatività delle cose ed invece di provarne sgomento ne restai affascinato. I due adulti, risolto il problema infantile, continuarono a chiacchierare fra loro e non si accorsero dei movimenti dentro la mia testa, dei voli e delle fantasie che planavano su quella fetta di terra solitaria e antica: Gli adulti non si accorgono mai di nulla e noi cresciamo soli bevendo a lunghi sorsi l’esistenza che incontriamo vergine e lussuriosa. 
Vita apparve improvvisa dopo una curva in cima ad una piatta collina circondata da campagne gialle e riarse. Entrammo in paese rallentando e non senza una certa tensione: al primo tornante mio zio lanciò un’occhiata interrogativa a cui Saro rispose con un breve diniego 
- E’ l’altra curva…bbedda matri sugnu emozionato Vicè, devi guardare a destra, c’è un negozietto con una piccola vetrina. Bbedda matri sto sudando, e se non c’è? 
C’era. Affacciata con metà del corpo e quasi tutto il viso sporgeva da una specie di colonna scura su cui appoggiava le mani. Ed era bellissima. Molto più bella di quanto io l’avessi immaginata. 
 - Ma che fai? Rallenta. 
- No, meglio andarcene, l’hai vista no? Andiamo e poi si vede 
- Che si vede e si vede, minchione, fermati e parcheggia là nello slargo e torniamo indietro. 
Tornammo lentamente presagendo lo spettacolo, gustandocelo prima ancora che si palesasse: davanti alla vetrina, circondati dalla curiosità di alcuni paesani e di molti ragazzini, ci fermammo e incrociammo gli occhi della donna che ancora ci sorrideva. E avrebbe sorriso in eterno. 
- Sariddu, l’hai guardata bene? Ti piace ancora? Ti vuoi presentare alla signorina? - Saro allargò la bocca in un vuoto di vergogna e ridicolo incolmabili, le braccia penzoloni lungo il corpo magro. 
- Minchia! Vicè, finta è! E’ di cartone, di cartone, una pubblicità. 
Dentro al piccolo bar si consumò definitivamente la farsa e l’uomo annegò il suo amore dentro un caffè nero e forte: io mi sentivo leggero come una pagliuzza mossa dal vento, mio zio parlottava fitto con lui ed erano tutte parole inutili. Usciti, dentro l’auto, dopo aver messo in moto, mentre scendevamo lungo le curve lentamente, Saro disse a se stesso: 
-Allora mi sono innamorato di un pupa di cartuni? Una pupa di cartuni… 
Lo disse piano per non svegliarsi dal sogno mentre ognuno di noi si crogiolava nei suoi. Due anni dopo, nel 68, un terremoto spazzò via tutta la valle del Belice: forse la ragazza bionda con la pelle vellutata si salvò come ogni illusione che si rispetti perché ci sarebbe sempre stato un uomo che, passando per caso, ci avrebbe creduto. E tanto bastava.